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Ballad in Blood – Ruggero Deodato

La rivalutazione del cinema italiano di genere (Poliziottesco, Giallo, Horror) ha agito come un’arma a doppio taglio (macchiata di sangue). Se da un lato ha portato fuori dall’oscurità numerosi film condannati dalla critica dell’epoca, terrorizzata dall’attacco frontale alle convenzioni culturali, e riaperto un dibattito su un sistema di segni e sensibilità che ha condizionato il cinema moderno, ha d’altra parte innescato un vero e proprio revisionismo che ha portato a santificare opere di scarso valore e creare l’inquietante culto del film brutto. È come essere convinti che negli anni Settanta un’Alfa Giulia fosse meglio di una Ford Mustang.

Nonostante la risonanza del fenomeno, l’impressione è che negli ultimi vent’anni nessun nuovo regista italiano sia stato capace di rimaneggiare creativamente il nostro repertorio cinematografico di genere, di utilizzarne i codici per creare un nuovo linguaggio, e che inoltre la scena indipendente, per visione e attitudine legittima erede di quel cinema, sia stata sempre più emarginata, strangolata dalle ciniche regole dei sostegni statali al cinema e dalla mancanza di coraggio dei produttori.

Se nell’America degli anni Settanta, registi formatisi nella Hollywood classica come John Huston, Samuel Fuller o Richard Brooks continuavano a girare con una lucidità impressionante e senza risparmiarsi pellicole crude e attuali, dialogando con i giovani e rivoluzionari registi della New Hollywood per cui erano punto di riferimento fondamentale, in Italia i maestri dell’età d’oro del cinema di genere o hanno appeso da troppi anni la macchina da presa al chiodo o sono da troppi anni l’ombra di ciò che furono oppure sono impegnatissimi nel rilasciare interviste nelle quali ripetono fino allo sfinimento (del pubblico) quanto sono amati da Quentin Tarantino.

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Voce fuori dal coro è Ruggero Deodato che a ventitré anni dal suo ultimo film per il Cinema (il dimenticabile Vortice Mortale) ma sempre in continuo allenamento tra Film Tv e pubblicità, ritorna con Ballad in Blood, un thriller teso ed efferato, un biglietto di sola andata nel girone dell’inconscio e della disperazione in cui assistiamo alla rinascita della sua ossessione per un violento realismo e della brutale attrazione per la carne martoriata e il calore del sangue.

Formatosi come aiuto regista di Rossellini e Pontecorvo, dopo aver detto la sua in tutti i generi cinematografici, dal lacrima movie al poliziottesco, è diventato leggenda grazie a Cannibal Holocaust, non soltanto un sadico e disturbante compendio di massacri umani ma un’opera fuori dal suo tempo e tecnicamente avveniristica (il filone degli horror found footage come The Blair Witch Project o Paranormal Activity deriva da qui), un nichilista film d’accusa contro l’ipocrisia delle società civilizzate impossibile da dimenticare.

Se per il rape&ravange La casa sperduta nel parco, Deodato è stato ispirato dal Massacro del Circeo, l’idea di Ballad in Blood affonda le proprie radici nel Delitto di Perugia mantenendo sempre una distanza dal fatto di cronaca. Il giorno dopo una tribale festa di Halloween nel sacro Pozzo di San Patrizio nella città di Orvieto, Duke (l’esordiente Edward Williams), un proletario ragazzone di colore, coinquilino della libidinosa e psicopatica studentessa ceca Lenka (Carlotta Morelli) e del fidanzato cocainomane Jacopo (Gabriele Rossi), ancora sbronzo per gli eccessi della sera prima trova il cadavere dell’inglese Elizabeth (Noemi Smorra) nudo e sgozzato. In una macabra atmosfera di angoscia i tre ragazzi del massacro cercheranno di ricostruire il barbaro delitto attraverso i filmati ripresi da Elizabeth con il proprio telefono.

«…non mandate mai i ragazzi in Erasmus, succedono cose terribili! Ho sentito delle storie di Siviglia! È un miracolo se non ne muore uno al giorno!» dichiara allarmato il settantasettenne regista. Lo stile è quello di sempre senza la sensazione di rivivere il passato e di conoscere già il futuro ma con la certezza che parole identiche possono significare due cose diverse quando cambia il contesto. Le novità stanno nell’utilizzo di personaggi secondari simbolici come il mefistofelico nano interpretato da Ernesto Mahieux (L’imbalsamatore), a detta dello stesso Deodato «…preso perché le Film Commision mi chiedevano gente con Il Nastro d’Argento per avere più punteggio…», e di oniriche torsioni narrative. «…la gente non ci va a vedere i film di genere. Chi lo vede sto film? Il mio film va seguito, invece ora il pubblico si deve distrarre con lo splatter».

In un impianto quasi teatrale è molto riuscita la rappresentazione del claustrofobico appartamento che diventa il personaggio in più della vicenda, assumendo la stessa importanza della batteria nella musica Jazz. «…adesso è tutto più caramellato. I giovani non leggono la cronaca nera. Non hanno più il senso della morte… quando ai giovani chiedo se è più forte Cannibal Holocaust o le torture subite da un soldato americano catturato mi rispondono: Cannibal Holocaust! Invece la morte è come la vita». Sperando in una corretta distribuzione Ballad in Blood, potrebbe essere una vitale boccata d’aria malsana e sgradevole in questa triste apnea del cinema di genere italiano.