Michael Fassbender Steve Jobs

Steve Jobs -– Danny Boyle

Come writers and critics / Who prophesize with your pen / And keep your eyes wide / The chance won’t come again / And don’t speak too soon / For the wheel’s still in spin / And there’s no tellin’ who / That it’s namin’ / For the loser now / Will be later to win / For the times they are a-changin’

Steve Jobs non ha mai nascosto la sua passione per Bob Dylan. Una sorta di ammirazione/ossessione che portò il fondatore della Apple a recitare i versi sopraccitati, estrapolati da uno dei maggiori capolavori del menestrello statunitense – The Times They Are a-Changin’ – durante la presentazione del Macintosh, nel gennaio del 1984. Ma questo è molto più di un dato storico. La strofa e l’’intero brano, infatti, evidenziano quello che più accomuna due tra le più grandi personalità degli ultimi cinquanta anni: la follia visionaria e la rincorsa spasmodica a un sogno che li ha portati a infrangere regole, a mettersi costantemente in gioco e a sacrificarsi, solo perché la loro mente, sempre qualche passo più avanti rispetto alle altre, gli consentiva di vedere più lucidamente il quadro d’’insieme.

Davvero in pochi non conoscevano la figura di Steve Jobs e le sue creazioni mentre era in vita, tutti, invece, hanno dovuto conoscerlo dopo la sua recente scomparsa, nell’’ottobre del 2011. Un numero esorbitante di articoli e copertine, biografie (ufficiali e ufficiose), documentari e un film – Jobs (2013) – ci hanno accompagnato in questi anni, alimentando il mito del guru di San Francisco. Dell’’inutilità del film citato, che sostanzialmente ha portato sul grande schermo una storia già nota al globo intero, si è abbondantemente discusso in questi anni, quindi, partendo da questo punto, non pochi hanno storto il naso quando Danny Boyle ha scelto di riportare al cinema il profeta della Silicon Valley. Se da un lato, però, abbiamo un film diretto da Joshua Michael Stern, interpretato da Ashton Kutcher e scritto da Matt Whiteley; dall’’altro ci sono Danny Boyle, la coppia Michael Fassbender-Kate Winslet e Aaron Sorkin. Sfida impari, certo, ma chi si aspettava la stessa “storiella” portata a un livello qualitativo superiore, rimarrà piacevolmente sorpreso.

Il film è diviso in tre atti, tre momenti chiave della carriera di Jobs: il lancio del Macintosh nel 1984, la presentazione del NeXT Computer nel 1988, e il debutto dell’’iMac nel 1998. Il pezzo forte della pellicola, però, è che Boyle non ci mostra né le presentazioni, né tantomeno la fase di progettazione dei prodotti lanciati; ma ciò che avviene nel backstage, pochi attimi prima dei rispettivi eventi. In questi “dietro le quinte”, Jobs (Fassbender), supportato dalla fedelissima e preziosissima Joanna Hoffman (Kate Winslet), l’’unica che riesca a tenergli testa, è costretto a confrontarsi e, il più delle volte, a scontrarsi, con le persone che hanno influenzato la sua vita e la sua carriera. Prove e controprove, evocazioni e scheletri nell’’armadio che tornano costantemente nei momenti decisivi: sono questi gli espedienti grazie ai quali, il regista di Trainspotting, riesce a trasmettere in maniera cristallina l’’opera di Jobs pur senza mai metterla in primo piano.

Aaron Sorkin, sceneggiatore di The Social Network, Moneyball e dell’’acclamata serie tv The Newsroom, si conferma uno dei più talentuosi scrittori hollywoodiani. Partendo dalla biografia autorizzata dallo stesso Jobs, scritta da Walter Isaacson, Sorkin crea una sceneggiatura intensa, basata su dialoghi dall’elevata ritmicità, impreziositi dallo stato di grazia dei due interpreti principali. In tutto questo, per la prima volta nella sua carriera, Boyle rimane quasi in silenzio. A parte qualche intuizione, come quella di registrare con tre differenti supporti (16mm, 35mm e digitale) i tre atti, la sua macchina da presa, nei suoi costanti campo-controcampo, primi e primissimi piani, si mette al servizio della sceneggiatura e degli attori senza eccessivi slanci audaci. Scelta molto intelligente e funzionale allo stile narrativo.

In definitiva, questo Steve Jobs targato Boyle-Sorkin introietta lo spettatore nelle aspettative, nei successi e negli insuccessi di una mente che, sia pure dotata di un’incredibile intransigenza, non può non rimanere condizionata dalle proprie origini e dalle discutibili relazioni familiari e sociali create nel corso degli anni. Dimenticate l’’icona, qui si parla dell’’uomo.