Foto di scena ©Chiara Ferrin

Alla fonte del male

Il sottile confine tra Angeli e Demoni nel Teatro dei Venti

Ultimamente, in questo periodo di fragilità sociale torna a farsi sentire l’esigenza di uguaglianza. Basta privilegi, basta discriminazioni, basta due pesi e due misure. È evidente, il clima si sta surriscaldando; finché il disagio persiste, la fiamma del giustizialismo infervora gli animi: bisogna trovare il colpevole. Ma c’è da stare attenti, perché la caccia alle streghe non ha mai prodotto buoni risultati, anzi, dall’inquisizione controriformista alle ideologie novecentesche per giungere ai neo-fascismi del presente, è un attimo che si scateni la furia cieca delle masse.

Il punto è: siamo sempre in grado di separare un fenomeno dalla sua causa? Abbiamo l’onestà intellettuale e l’obiettività critica per arrestare un responsabile, correggerne la deviazione, scoprirne le ragioni, per poi debellare il male alla fonte? O ci fermiamo soltanto alluomo?

A giudicare dalle condizioni in cui versa il sistema carcerario italiano, si direbbe che ci interessa più il sintomo della malattia. Chi sbaglia paga. E magari soffra pure le pene dell’inferno. “Se lo merita”. Ma la cura?

Probabilmente dalla rancorosa società civile schiacciata dalla recessione, ora come ora, non c’è da aspettarsi troppa misericordia. Fortuna però che, indigenza per indigenza, nel nostro Paese ci sono individui che della propria vessata condizione fanno uno strumento di ribaltamento. È il caso della compagnia modenese Teatro dei Venti che dal 2006 cura laboratori, progetti e spettacoli di – cosiddetto – teatro carcere. Ma attenzione, se da un lato la vox populi grida alla forca, qui non ci ritroviamo dall’altra parte della barricata, quella più naïf, per cui il condannato diventa il povero diavolo da santificare—niente affatto. La visione del regista e coordinatore Stefano Tè è prettamente più artistica: come a dire, che tu sia una vittima delle circostanze o un criminale incallito, per me rimani innanzitutto un essere umano. Insomma, sospensione del giudizio.

E il nome dello spettacolo, d’altronde, già la dice lunga: Angeli e Demoni. Andato in scena il 23 e 24 gennaio al Teatro Herberia di Rubiera (RE) – grazie anche alla residenza a La Corte Ospitale, poco fuori dal centro –, questa performance corale raccoglie tre diversi momenti di creazione: quello con detenuti e internati (delle carceri di Castelfranco Emilia e Modena), quello con i giovani allievi, e quello con gli attori stessi della compagnia modenese. Lo spettacolo pertanto non ha un’architettura scenica rigida, strettamente legata a una drammaturgia ben definita (il rimando alla Gerusalemme Liberata di Tasso, infatti, rimarrà solamente tematico), ma si sviluppa piuttosto come progressione aperta di quadri, prevalentemente fisici, attorno al concetto di conflitto: bellico, civile, interiore.

Foto di scena ©Chiara Ferrin

L’ambiguità morale, dopotutto, rappresenta da sempre uno dei nodi più duri e al tempo stesso affascinanti della storia umana: com’è ovvio – ma purtroppo solo in pochi  ricordano, o tantomeno applicano (per la stessa mancata onestà intellettuale di cui sopra) –, secoli di lotte ci dimostrano che vincitori e vinti sono entrambi «sconfitti», perché se sono arrivati a imporre la propria ragione con l’uso della forza, di fatto hanno rinunciato alla propria – comune – umanità.

Foto di scena ©Chiara Ferrin

E proprio “gli uni contro gli altri” – senza magari neanche rendersene conto – si ritrovano gli spettatori di Angeli e Demoni, disposti geometricamente a quadrato attorno alla scena. Al centro una distesa di sabbia su cui sono riversi, immobili, una dozzina di corpi. Il volto è coperto da un velo. La semioscurità incornicia il non-detto. Ecco cosa ci separa: una storia di morti, e cenere, e uomini – in fin dei conti – tutti uguali tra loro. Ci facciamo la guerra a vicenda per difendere una cultura che non abbiamo neppure scelto.

Dal silenzio poi si alza un canto, dal sapore mediorientale, sembra un lamento dolceamaro, universale, quasi piangesse la Terra; di lì a poco, questi corpi senza vita tornano a calcare la sabbia, e così sarà di nuovo lotta, di nuovo dolore, di nuovo caduta: ancora una volta—sconfitta dell’umanità.

Foto di scena ©Chiara Ferrin

In questa coazione a ripetere, alla fisicità dei detenuti si contrappone ogni volta, fragilissima, la presenza degli adolescenti. Angeli, cioè lenitori di coscienza: sempre muti, sempre ultraterreni nella loro delicatezza così stridente, non giudicano: intervengono, proprio quando tutto sembrerebbe determinato ad andare in una sola direzione. Parallelamente, a giocare la parte del tempo, dello spazio, dei civili, dellinvisibile che segna il confine, si intessono le attrici del Teatro dei Venti, dando corpo e voce alla sottile linea tra quel bene e quel male sempre così ambigui.

Foto di scena ©Chiara Ferrin

Forse la costruzione scenica rischia a tratti la congestione, caricandosi di elementi ingombranti o discutibilmente espliciti (come il commento musicale pop o l’immaginario contemporaneo dei conflitti mediorientali) che ne smussano leloquenza metaforica: l’impatto – visivo, emotivo, simbolico – è già talmente immediato nella sua semplice e felice indeterminatezza, in fondo, che si potrebbe tranquillamente fare a meno di cornici formali e contestuali così connotate (per un’analisi più approfondita dello spettacolo rimandiamo all’articolo di Matteo Brighenti su PAC). Ciononostante, nella contrapposizione carcerati–preadolescenti scocca una scintilla, che quando ben alimentata sa innescare il vero fuoco di Angeli e Demoni: l’incontro.

Ed ecco allora la cura, eccola che si rivela nel gesto più umano per eccellenza, quello dell’accoglienza. E non c’è bisogno di essere credenti per scorgervi una felice eco del messaggio cristiano «Ama il prossimo tuo come te stesso», giacché – come ricordano Cacciari e Bianchi (cfr. Ama il prossimo tuo) – non si tratta del patetico buonismo da catechismo del “vogliamoci tutti bene”, la frase del profeta significa: «Ama [cioè apriti senza pregiudizi a, sii simpatetico nei confronti di] colui al quale ti fai prossimo», là dove «prossimo» sta a indicare appunto colui al quale consapevolmente decidiamo di esporci e confrontarci. Perché qualunque siano i principi morali a cui ci si voglia rifare, ci deve essere volontà nella comprensione, nell’avvicinamento, nell’accoglienza.

Foto di scena ©Chiara Ferrin

E questa forse è la lezione più preziosa del progetto di Teatro dei Venti, che trasforma innanzitutto – e realmente – il teatro nel luogo dell’incontro, del confronto, dello scambio. Farsi incontro, gli uni agli altri, per scoprire che oltre il bene e il male c’è qualcosa che pur ci unisce.

Letture consigliate:
• “Angeli e Demoni”, il Teatro dei Venti fa scuola tra palco e realtà, di Matteo Brighenti (PAC)
• Il taccuino del critico: Angeli e Demoni, di Michele Pascarella (Gagarin Magazine)
• “Angeli e Demoni”, a teatro il tema dei migranti interpretato da detenuti, di Tommaso Chimenti (Il Fatto Quotidiano)

Ascolto consigliato

Teatro Herberia, Rubiera (RE) – 23 gennaio 2016

Interpreti
Maria Albamonte, Luca Arnaldo Alduzzi, Nicola Azzali, Giulia Basile,
Morena Borrelli, Elisa Carucci, Saverio Casadonte, Oksana Casolari,
Emanuele Cassin, Eleonora Cavilli, Laura Dallari, Daniele De Blasis,
Massimo Dessì, Giada Di Lascio, Francesca Figini, Lucia Goldoni, Hanna Grahl,
Lucio Improta, Karim Morad, Carlo Alberto Lomartire, Francisco Lopez,
Youssef Medi, Roberto Milano, Lucia Moreali, Gionata Muratori,
Penelope Muratori, Elisa Lucia Onfiani, Ciro Pecorella, Antonio Piccolo,
Beatrice Pizzardo, Andrea Rogolino, Antonio Santangelo, Eleonora Segala,
Felice Spavento, Valeria Topala, Mersia Valente