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The Pills – Sempre meglio che lavorare – Luca Vecchi

Per chi ha conosciuto i The Pills sul web, l'aspettativa per il loro primo lungometraggio era alta. Le loro “pillole”, rigorosamente nel bianco e nero che Kevin Smith aveva scelto per Clerks, hanno raccontato, attraverso la più surreale e grottesca realtà, cosa può significare (per qualcuno) essere alla soglia dei 30 anni oggi.

La loro comicità, che nello spazio di pochi minuti funziona perfettamente, ironizza sulla difficoltà di abbandonare il porto sicuro dell'adolescenza, intesa, in senso lato, come spazio dove tutto è ancora possibile, dove le responsabilità si possono delegare, e dove l'incubo del fallimento lavorativo e personale viene tenuto a distanza, in un altrove a colori che non si lascia mettere a fuoco. Il tutto alimentato da una romanità, dei luoghi e del linguaggio, che si fa vera e propria grammatica, ma senza mai alienare il pubblico che si trova fuori dal raccordo anulare.

Passare dalle “pillole” di YouTube al lungometraggio, però, non è affatto semplice. Ancora meno avere successo e credibilità.

The Pills Sempre meglio che lavorare Luca Vecchi locandina

I The Pills, al secolo Luca Vecchi, Luigi Di Capua e Matteo Corradini, supportati dal produttore Pietro Valsecchi non solo al cinema ma anche in Tv con Non ce la faremo mai, scivolano sulla loro stessa identità, ricalcando un modello, quello del web appunto, che non può e non deve adattarsi senza mediazione al cinema.

Se da un lato è doveroso tenere in considerazione i possibili difetti di un'opera prima, dall'altro risultano evidenti alcune mancanze tecniche che sono proprie del linguaggio cinematografico. La sceneggiatura, che in questa prima prova, è naturale, ricalca il tema dei tre ragazzi volontariamente intrappolati nella dimensione della post-adolescenza che ha i confini di un tavolo sul quale non mancano mai tazzine di caffè e canne, non ha un suo compiuto sviluppo. Arranca cercando di unificare tre diversi episodi, innescati dalla scelta di Luca (vero protagonista) di provare l'unica vera droga contemporanea: il lavoro.

Il citazionismo, cifra stilistica del trio sul web, nonché dimostrazione di grande amore per il cinema, risulta troppo spesso fine a se stesso e insinua un dubbio: dov'è l'originalità alla quale hanno abituato il loro pubblico? C'è altro da vedere oltre alla riscrittura, in chiave ironica, di alcuni stralci di cinema contemporaneo? Sicuramente sì, ma è ancora troppo poco.

Anche la mancanza di attori professionisti, salvo nel caso di Margherita Vicario e del cameo di Giancarlo Esposito, diventa evidente e stride nella totalità di un prodotto filmico che vuole affrancarsi dal concetto di amatorialità. Il sorriso che spesso sfugge a Luigi, o la “meccanicità” del padre di Matteo, che interpreta se stesso, condizionano la fluidità, che manca, soprattutto nella prima parte, anche a causa di un montaggio non del tutto riuscito. Una caratteristica, questa, che si manifesta in modo speculare nella regia di Luca Vecchi, che mostra alcune buone idee, ma senza continuità. Il bianco e nero, che a tratti scolora la realtà, richiama gli sketch ai quali il trio ha abituato il suo pubblico, ma nel contesto del film diventa una zona grigia, statica, che aumenta l'attesa per una novità che, purtroppo, non arriva.

Un primo tentativo, quello dei The Pills, non del tutto riuscito, e che, ancora una volta, fa riflettere sul rapporto tra web e cinema: aprire un canale su YouTube è semplice, e riuscire a “svoltare”, pur essendo molto seguiti e capaci, è ancora, e spesso ingiustamente, molto difficile. Avere la possibilità di scrivere e girare un film è molto difficile, ma soprattutto richiede competenze specifiche non prescindibili. E molto (più) coraggio.