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Molly’s Game

Storie di ordinaria imprenditoria

Aaron Sorkin ha timore del silenzio, diegetico o extradiegetico che sia. Già in The Social Network (2010), L’arte di vincere (Moneyball, 2011) e Jobs (2015) lo sceneggiatore statunitense marchiava con un stile originale (indubbiamente logorroico) il parlato dei suoi personaggi in un crescendo di botta e risposta, esplicitando il più recondito stato d’animo dei suoi protagonisti e che nel caso di Molly’s Game (2017) raggiunge lo stato più parossistico di questa sua inclinazione. Il montaggio è costretto di conseguenza a ribadire con campi e controcampi, primi piani e dettagli, moltissime scene ed ellissi narrative per tenere vivo l’interesse e l’attenzione dello spettatore (mettendolo persino in difficoltà in alcuni casi). Insomma, il cinema di Aaron Sorkin se facciamo riferimento alle sue sceneggiature e alla sua prima regia cinematografica con Molly’s Game è un cinema verboso, nevrotico, giornalistico, informativo, meditato in ogni battuta, faticoso a tratti ma estremamente intelligente e per questo interessante. Difatti Molly’s Game è un film interessante, non solo per la ragione di cui sopra ma per una protagonista che si lascia difficilmente identificare in uno stereotipo di genere già visto (che in modo “analogo ma diverso” ricorda le donne ritratte da Woody Allen: complicate complessate intelligenti, ma qui il registro è lontano dalla commedia drammatica tipica di Allen).

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Il film racconta di Molly (Jessica Chastain, “sverginata” da Terrence Malick in The Tree of Life (2011) nelle candide vesti di una venere botticelliana e ora in tenuta – secondo un certo paradigma di carriera attoriale – nelle vesti della vamp), promessa dello scii ma costretta ad abbondare lo sport a seguito di un brutto incidente durante una competizione olimpica.  Determinata ad avere successo (non si sa in quale direzione), abbandonata quella strada, Molly si trasferisce a Los Angeles dove comincia come cameriera per affermarsi poi come una delle più potenti organizzatrici di partite di poker private, con una clientela che spazia da attori famosi alla mafia russa (tra i veri giocatori al tavolo da poker di Molly Bloom ci sono stati Tobey Maguire e Ben Affleck). Molly è una ragazza educata a non arrendersi, il padre (Kevin Costner) è uno psicologo dell’Università del Colorado e si vanta di avere dei figli che eccellono in varie discipline, ma il loro rapporto è incrinato da un tradimento che la piccola Molly vive incoscientemente (ed inconsciamente) come il motore di una inspiegata ambizione all’eccellenza e al perseguimento della “vittoria” sollecitata a tal punto da trascurare altri legami affettivi.

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La vicenda di Molly è tratta dal libro Molly’s Game, scritto da Molly Bloom nel difficile periodo del processo giudiziario che la vedeva incriminata  per aver varcato le soglie della legalità. Nonostante la prima apparente ambiguità sollevata dall’argomento “gioco d’azzardo” (che difficilmente riusciamo a definire un gioco morale nell’immaginario comune) ci rendiamo presto conto che Molly è una persona sincera, e il poker – che Molly nobilita con franchezza definendolo “gioco di abilitàche diventa d’azzardo quando l’uomo pecca di hybris – è semplicemente un mestiere “capitato” nelle sua vita per una serie di coincidenze. Seppure ci siano tentazioni, la giovane ragazza riesce a muoversi ai limiti della legalità e non diventa preda di quelle gelosie e vanterie che invece seducono la controparte maschile. Il ritratto maschile è quello di marpioni sposati che la scherniscono con tono maschilista e non si riservano di accusarle una certa istigazione al gioco. Molly (o forse sarebbe meglio, il personaggio Molly che vediamo nel film) è invece limpida, gioca il suo ruolo ma è dotata di buon senso e parla con franchezza ai suoi seduttori senza valicare i limiti della professionalità (anche se questo non impedisce al film di mostrarci l’altra faccia della medaglia, cioè l’adulazione del successo – quindi della ricchezza – con tutte le contraddizioni che questa cela). Quindi, con un analisi a posteriori, il motore che spinge la donna a salire i gradini della scala sociale ha le radici in quel sentimento di competizione che l’aveva già consumata nel campo sportivo, il poker è semplicemente un incidente di percorso (nel verso senso della parola) ma una strada fertile per perseguire la vittoria.

Jessica Chastain in MOLLY'S GAME

È interessante notare come Molly sia un personaggio intellettuale, laureata cum laude in scienze giuridiche, campionessa  nello scii, interessata di astrofisica, affamata di informazioni (che assorbe da Google) ed in tal modo sintomatica di una certa competitività dell’oggi: Molly-Chastain è una macchina da guerra dotata del razionalismo più estremo (ed è “dura a morire”, queste le ultime sue battute) ma in realtà rappresenta una reazione tossica della società in cui vive: vuole avere successo ma non sa perché, lavora giorno e notte ed è costretta a fare uso di droghe e non ha nessuna relazione d’intimità. È onesta, intelligente, bella, probabilmente molto più libera della comune donna media sposata, si circonda di conigliette PlayBoy, indossa provocanti vestiti con bancone in vista ma non ha nessun affetto con cui condividere la sua intricata vita personale. Non credo sia un caso che alcune di queste caratteristiche siano evidenti in quello che noi consideriamo il “genio” di oggi: imprenditore di se stesso, laureato (o che comunque ha frequentato l’ambiente accademico), multidisciplinare, estremamente nevrotico e infelice perché senza solidi legami affettivi ma dotato di estrema volontà. Molly è una variante del Mark Zuckenberg al femminile, e non è un caso che sia Beane (Brad Pitt in Moneyball) che Zuckenberg, Michael Fassbender (Jobs) e Chastain sono tutti imprenditori, persone che creano un loro proprio business. Non è una coincidenza se il sottotitolo italiano della locandina di MoneyBall sia L’arte di Vincere. Questi sono tutti personaggi che partendo con poco (risorse limitate) riescono ad avere successo, a perseguire quello che è il sogno americano: vincere, non importa quale sia il costo.

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Riecheggia nel film, senza però pretendere una profonda lettura critica di questa osservazione, quella che già Jack London (statunitense al pari di Sorkin) descriveva nel romanzo Martin Eden, ovvero che la volontà può davvero forgiare l’essere umano tanto da farlo diventare qualcuno. Martin Eden è povero, lavora tutto il giorno e legge di notte sino allo sfinimento, ma si impone di farlo. La sua imposizione è un imperativo che nasconde in realtà il bisogno di soddisfare una certa ambizione, ovvero di avere successo (peraltro, metafora della stessa carriera di London). I geni di cui sopra sono il proseguo contemporaneo di quel sogno che sedimenta nella cultura americana e che si insinua in moltissime pellicole del continente ma rischia sempre più di essere confuso, ma perché? Perché ibrida il raggiungimento dell’autorevolezza e il tema del sogno (esempio più nobile e celebre con Martin Luther King) con il desiderio di celebrità, che non sono la stessa cosa, ma che crescono su un terreno sfumato e non facilmente confinabile (e per questo criticabile). Da questo punto di vista la pellicola di Sorkin (e in fondo anche le due precedenti) sono una lucida analisi del presente, sulle nevrosi dell’imprenditore vincente ma individualista a cui tuttavia non interessa troppo il riconoscimento della società quanto la celebrità in se e per sé (cioè la ricchezza). Che importa se Molly verrà vista come una mezza furbacchiona in un ambiente non proprio “pulito”? Se Steve Jobs maltratta i suoi collaboratori ma tutti lo adulano perché fa dire “ciao” al suo computer? Se il Mark Zuckenberg (Jesse Eisenberg) di Sorkin progetta Facebook ma al prezzo di perdere i suoi amici? I protagonisti ritratti dal regista sono indubbiamente degli anarchici, cosa che in fondo può andare d’accordo con una certa concezione di genio, ma sono tutto sommato immorali e non vivono per la comunità quanto per soddisfare un bisogno egoistico della loro vita privata.

Jesse Eisenberg, left, and Joseph Mazzello in Columbia Pictures' "The Social Network."

Andando oltre queste speculazioni farei notare l’altro nodo centrale del film, che emerge nella figura paterna di Kevin Costner, che regala una toccante scena d’affetto e rappresenta il nucleo di quell’autorità familiare che pre-determina la nostra vita, genitore che incidendo con vigore nella nostra infanzia e adolescenza plasma e poi segna il nostro futuro. Il gioco di Molly è a tutti gli effetti una partita contro il padre (questa la lezione “psicanalitica” che gli offre lui stesso, in un dialogo commovente ma indubbiamente intellettualistico). Molly cerca di dominare gli uomini perché non è riuscita con l’unico vero uomo della sua vita (peraltro, viene spontaneo chiedersi se Molly sia gay ad un certo punto) e questa sua volontà imprenditoriale non è che in fondo la messa in atto della dura disciplina paterna ma condotta in una direzione trasversale ad un problema familiare irrisolto. Insomma, il padre che forgia le vittorie della figlia, il padre che ne sancisce le sconfitte.

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Chiudo con una provocazione, cioè chiedendomi se questi siano i nostri nuovi “eroi”, immischiati in faccende con loschi giri di denaro e grandi società finanziarie, citando alcuni titoli che mi vengono in mente, a partire dal Jordan-DiCaprio in The Wolf of Wall Street (2013), Barry-Cruise trafficante in Barry Seal (2017),  Jesse-Zuckenberg in The Social Network, Steve-Fassbender con Jobs, Jessica-Bloom paladina del poker clandestino in Molly’s Game, Getty-Plummer  avido magnate in Tutti i soldi del Mondo (2017),  Wells-McConaughey in Gold (2016) Packouz-Tellers in Trafficanti (2016) e altri titoli come The Big Short (2015), The Founder (2016) etc. Un discorso diverso andrebbe fatto per il narcotrafficante Escobar che viene usato dalla serialità e dal cinema come veicolo di critica ma anche come indiscussa fonte di reddito, con un meccanismo che francamente innervosisce un po’ (in arrivo un nuovo film con Javer Bardem).

leo

Mi viene in soccorso una frase di Marlon Brando che dice pressappoco ciò <<è tutta una questione di soldi [nel cinema], chi crede ci sia di più rischia di essere deluso>>. Al di là del caso Escobar mi viene spontaneo chiedere perché raccontiamo le storie di questi pseudo-anarchici, in molti casi elogiandoli e deificandoli (c’è una palese contraddizione nel criticare un personaggio che esiste realmente mentre noi spettatori vediamo nella controparte fiction i volti noti dello star system, beniamini del nostro immaginario di successo e di benessere)? Non me la sento di dire che approvo il metodo, ma posso attribuire questa scelta ad un masochistica volontà dei registi, anche loro (come noi in fondo) attratti dalle contraddizioni dell’essere umano.