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In Fabric

Un abito rosso rende infernale l’esistenza di chiunque lo indossi in un’inquietante mix di realismo tragicomico e satira consumistica.

In Fabric di Peter Strickland ha fatto il suo debutto in anteprima mondiale nella sezione Midnight Madness del Toronto International Film Festival 2018 per poi fare il giro di un po’ tutti i festival del mondo, passando anche per il Torino Film Festival, ma a oggi resta senza un’uscita italiana. Il suo arrivo è stato preceduto da una certa curiosità, dato che The Duke of Burgundy, il precedente film di Strickland, aveva attirato l’attenzione e il plauso di parte della critica, definendo in maniera chiara il genere entro cui il regista britannico si muove per mettere in scena il proprio universo cinematografico: un pastiche postmoderno che prende ispirazione e attinge al cinema di genere degli anni ’60 e ’70, in particolar modo a quello horror e fantastico del Vecchio continente. Parliamo quindi di  Jesús Franco (a cui guarda anche l’Almodóvar di Matador), Jean Rollin, Walerian Borowczyk, ma anche Herk Harvey, Bill Gunn, David Lowell Rich (da recuperare il suo – ingiustamente – dimenticato Eye of the Cat), Argento, Bava & co.

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Al contrario di molte pellicole che dell’omaggio cinephile fanno un proprio vanto, al film di Strickland va riconosciuto d’essere una pellicola ricca di invenzioni disturbanti, tutte disseminate nel disagio delle esistenze dei protagonisti, un’impiegata di banca prima e un tecnico delle lavatrici dopo. In un contesto alienante in cui la classe operaia non va in paradiso, i due si imbattono in vestito rosso maledetto, simbolo del consumismo, simulacro di status symbol e ricettacolo di forze oscure e annientatrici. 

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Strickland  dalla filmografia di genere anni ’70 (ma non solo, con la terribile lavatrice posseduta, “going bananas”, arriviamo fino al ’93 con Vortice Mortale di Deodato) non attinge solo elementi di estetica che ne caratterizzano le atmosfere, ma anche – e soprattutto – il carattere vitale: rincorre quel brivido palpitante che ha reso interessanti, vivi, curiosi e magnetici anche film, a conti fatti, spesso sghembi, monchi e sconclusionati. In Fabric, pensato come un horror di critica al consumismo dai toni satirici in sospeso tra situazioni e dialoghi tragicomici, si configura per lo più come un film estetizzante e tiepidamente inquietante. Ha il sapore di una favola sadica, è un horror colto, ben girato e pieno di buone intenzioni, ma pecca – alla lunga – di una certa leziosità arty che toglie quel mordente necessario a renderlo realmente disturbante. A suo modo però riesce comunque a essere strano, brillante e affascinante proprio come l’estetica e lo spirito di quei film e di quei registi a cui guarda per costruire il proprio moodboard.

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È un film a tratti è abbagliante nella sua oscurità, come quell’oggetto bizzarro e bislacco, cheap e raffinato al contempo (esattamente come è l’idea di grande magazzino che Strickland mette in scena), che è La vestale di Satana (Les lèvres rouges) di Harry Kumel. In questo cult vampiresco del 1970 Delphine Seyrig incarna un’entità “aliena” che Fatma Mohamed (attrice feticcio di Strickland) ricalca, nei modi e nell’accento della voce, per dar vita alla commessa, un po’ strega e un po’ vampiro, del negozio al centro del complotto orrorifico di In Fabric, un’istituzione arcana che si insedia e si traveste in uno dei non luoghi simboli del consumismo per fare incetta di energia vitale (tra l’altro, succedeva lo stesso anche con le demoni aliene di Sailor Moon). Prodotti simili al cinema non se ne vedono (più), è più probabile trovarne nel mondo della serialità: atmosfere simili (la critica al sistema,  l’alienazione del singolo, messaggi subliminali esoterici tramite video analogici e comunicazione di massa, etc) le ritroviamo in Room 104 dei Duplass, in Channel Zero di Nick Antosca o in Maniac di Cary Joji Fukunaga .