il racconto dei racconti cassel

Il racconto dei racconti – Matteo Garrone

Ci sono anteprime e anteprime. Al di là del numero dei partecipanti, l'atmosfera di un'anteprima stampa è sempre differente: si coglie subito quando il film in proiezione è visionato solo per portare a casa un pezzo e quando c'è la reale voglia di guardarlo. Prendete un appassionato di calcio che si appresta a vedere una finale di Champions League, la partita potrà finire 0-0 o 5-4, ma le aspettative che precedono l'incontro sono alle stelle. Questo era il clima, vestaglione di flanella e rutto libero a parte, che si respirava durante l'intrepida attesa a Il racconto dei racconti; e credo, o forse spero, che il film non abbia tradito le aspettative dei presenti in sala.

D'altro canto stiamo parlando dell’ultimo film di un regista, Matteo Garrone, che soprattutto con gli ultimi due lavori – Gomorra e Reality – ha ottenuto consensi che l'hanno portato nell'Olimpo dell'attuale scena cinematografica italiana (e non solo). Basta? Chiaramente no. Il racconto dei racconti, infatti, è uno dei tre film italiani, con Mia Madre di Moretti e La giovinezza di Sorrentino, in gara al Festival di Cannes 2015; è il primo lavoro in lingua inglese per il regista, ha una dimensione produttiva importante (12 milioni di budget), un cast internazionale (Salma Hayek, John C. Reilly, Toby Jones e Vincent Cassel) e soprattutto appartiene a un genere –- il Fantasy -– poco popolare nella nostra penisola. A tutto questo aggiungiamo che è stato liberamente tratto da Lo cunto de li cunti, il primo libro di fiabe della storia scritto da Giambattista Basile nel Seicento che ha ispirato, tra gli altri, i fratelli Grimm e Perrault. Se ancora non avevate capito da dove provenisse questa fremente attesa, siete stati presto accontentati.

Come se l'è cavata, dunque, Garrone? Rompiamo subito gli indugi e definiamolo pure la vetta estetica del regista. Dal punto di vista visivo, infatti, la pellicola rasenta la perfezione, e non mi sbilancio troppo ad affermarlo. La sinuosa macchina da presa si muove tra carrellate, primi piani e campi lunghi con precisione chirurgica e indubbia magnificenza. A favorire il compito del regista contribuiscono le suggestive location scelte (da Castel del Monte alle gole dell'Alcantara), la scenografia e la fotografia giocate sulla contrapposizione cromatica (Dimitri Capuano e Peter Suschitzky) e i costumi barocchi (Massimo Cantini Parrini); tutte scelte perfettamente funzionali al plot narrativo e allo stile prescelto. Il risultato è la creazione d’immagini, chiaramente ispirate ai dipinti di Francisco Goya, nelle quali il grottesco, l'orrido e il fantastico si fondono nel realismo, nell'umanità. Una gioia per gli occhi.

Ma c'è anche la mente. Dalle cinquanta storie di Basile, il regista ne sceglie tre – La vecchia scorticata, La pulce e La cerva fatata – sapientemente unificate da un fil rouge tutto femminile. Le protagoniste, infatti, sono tre donne di età diversa: la giovane (Bebe Cave), la donna matura (Salma Hayek) e quella anziana (Hayley Carmichaebb3