leviathan

Leviathan – Andrei Zvyagintsev

L’autorità, non la verità, fa la legge
(Thomas Hobbes, Leviatano)

Non c’è sulla terra chi lo domi
è stato fatto per non aver paura
(Giobbe, 41: 25)

La potenza antica delle onde del mare che si infrangono sulle rocce e, contrapposto, un ambiente circostante grigio e deserto. Non v’è traccia dell'uomo nell'incipit di Leviathan, scritto e diretto dal russo Andrei Zvyagintsev, se non nella splendida colonna sonora di Philip Glass. L’ambientazione dunque, plumbea e fredda, si candida immediatamente a protagonista assoluta della storia.

Le vicende umane si realizzano nella figura di Kolja, ex militare che vive con la sua famiglia in una remota cittadina sul mare nel nord della Russia. L'uomo deve affrontare le angherie di un sindaco corrotto deciso ad accaparrarsi le sue terre. Padre di famiglia e marito, Kolja si lancerà in un'impossibile battaglia legale con l'aiuto di Dimitri, suo vecchio amico e compagno dell'esercito, divenuto ora avvocato.

leviathan locandina

Presentato in Occidente come un eloquente ritratto della corruzione in Russia e, impregnato dai media di un propagandismo in realtà inesistente, Leviathan ha vinto parecchi premi, a cominciare dal Golden Globe per il Miglior film straniero, il premio per la miglior sceneggiatura al festival di Cannes e non per ultima la candidatura al premio Oscar. Accostare quindi l'intento del film a fini politici di critica nei confronti della Russia di Vladimir Putin (che in una scena compare in ritratto nello studio del sindaco) è stato semplice, ma il film vola su livelli molto più alti.

Quella di Andrei Zvyagintsev è infatti una storia di abusi e soprusi primordiali (in una scena i personaggi usano le foto dei vecchi presidenti come bersagli di fuoco, giustificando l’assenza di quelli contemporanei con la frase “non c’è abbastanza prospettiva storica”), è un attacco al Potere Assoluto, quello che si alimenta grazie al giudizio divino e da cui nessuno può sottrarsi. Lo sguardo dell'autore si imprime sulle gesta caotiche e incontrollate dell'autorità e dei suoi fedeli sgherri, il diritto e la religione, che si corroborano a vicenda. Gli uomini vagano disperati in questo mondo senza Dio privati di ogni speranza, come archetipi immortali di un disegno biblico senza fine. La balena si mostra per qualche secondo, insensibile a tutto il resto, mentre l’uomo trova rifugio nel continuo ubriacarsi e stordirsi.

L’occhio della macchina da presa si concentra sulle reazioni dei personaggi, quasi a discapito delle azioni stesse (che spesso non vengono mostrate), mantenendo un ritmo lento e dilatando i tempi al massimo e in questo il regista si confronta a pieno titolo con Andrej Tarkovskij. Ritorna in chiusura il ruolo fondamentale dell'ambientazione, tutto viene insabbiato da una coltre di neve bianca, lo scheletro della balena giganteggia nell'inquadratura, la fine ineluttabile di ogni uomo e di ogni impero.