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High Flying Bird

Il punto di vista di Soderbergh si inserisce all'interno degli ingranaggi che animano le contraddizioni della società americana e in presa diretta sui luoghi occulti dove il male viene commesso.

La centralità del punto di vista è forse una chiave per provare a decifrare l’assoluta, spiazzante eterogeneità di risultati che contraddistingue, come una costante, il cinema di Steven Soderbergh. Se nelle prime fasi della sua produzione il suo sguardo appariva ancora alla ricerca di un posizionamento stabile, oscillando tra grosse produzioni blockbuster e piccoli esperimenti indie, da qualche tempo il suo cinema sembra essersi radicato dentro una collocazione abbastanza definita. Quella di un punto di vista il più possibile “interno”, prossimo agli ingranaggi dove i meccanismi (del potere, della politica, della comunicazione, dell’economia) sono più nascosti e sfuggenti, impietosamente puntato sulle contraddizioni che caratterizzano la società americana e in presa diretta sui luoghi occulti dove il male viene commesso. La sua messa a fuoco è sempre lucida, acuta, improntata ad un nitidezza e ad una risoluzione a cui il digitale dà sostanza in modo perfetto. E’ accaduto per il magnifico esperimento televisivo di The Knick, un viaggio alle radici profonde delle disuguaglianze razziali sul suolo americano. The Knick ha fornito a Soderbergh l’occasione per costruire un nuovo progetto cinematografico a basso costo, interamente girato con un iPhone (come il precedente lungometraggio del regista, Unsane), insieme all’attore André Holland.

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In High Flying Bird, nuova produzione targata Netflix, Holland è un procuratore di giocatori NBA presso una grossa agenzia newyorkese. Il suo personaggio ricorda da dove il movimento è partito, sa cosa ha smarrito per strada e sa, per conoscenza diretta, dove è approdato: i grossi interessi economici che ruotano intorno all’NBA hanno creato “un gioco sopra un altro gioco”, costruito da gruppi di potere WASP per sottrarre il controllo di un business così stratosferico dalle mani degli afroamericani. E’ questa la tesi politica che High Flying Bird offre alla riflessione degli spettatori. In una sceneggiatura, quella firmata da Tarell Alvin McCraney (Oscar per la miglior sceneggiatura non originale per Moonlight) per stessa ammissione del suo autore definibile “post-marxista”, dove i giocatori rappresentano la forza lavoro intorno a cui le grosse corporation (di agenzie, procuratori, sponsor, media) costruiscono il capitale.

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Pur senza grossi colpi d’ala, lo sviluppo drammatico del film viene portato avanti con efficacia dal ritmo serrato dai dialoghi, in un film che vuole ispirarsi alla tradizione dei talky di impegno civile come Piombo Rovente (1957). Molti sono i riferimenti specifici al complesso assetto organizzativo della pallacanestro americana, alcuni forse di difficile comprensione per il pubblico italiano. Una enorme macchina da dollari in cui i giocatori, soprattutto i più giovani (reclutati per la “guerra” della stagione ufficiale attraverso i cosiddetti draft) rischiano di essere schiacciati. Significativa, in questo senso, la scelta di Soderbergh di inserire all’interno del film brevi segmenti di interviste ai cestisti Reggie Jackson, Karl-Anthony Towns e Donovan Mitchell. Nonostante la presenza nel cast di molti importanti interpreti afroamericani di diverse generazioni (oltre a Holland nel cast anche Bill Duke, la protagonista della serie Atlanta Zazie Beetz e il “piccolo” Caleb McLaughlin, reduce del successo di Stranger Things), la sensazione è che i veri protagonisti del film siano loro.