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C’era una volta a… Hollywood

La lettera d'amore di Tarantino a Hollywood, dove tutto può succedere.

Tarantino, dopo averlo presentato in concorso al 72° Festival di Cannes, è tornato al cinema con C’era una volta a… Hollywood, il suo 9° e attesissimo film: un’opera di cinefilia ardita e spericolatissima dove omaggi e invenzioni si mischiano in una vertigo d’amore per la Settima arte, come prima (Kill Bill, Inglourious Basterds), più di prima. In C’era una volta a Hollywood i personaggi di finzione interagiscono con figure realmente esistite, film reali e fittizi convivono beatamente tra loro, così come brand inventati di sana pianta si alternano con prodotti che hanno segnato un’epoca. L’universo e la mitologia di Tarantino, per la gioia dei cinefili e di buona parte della critica, si arricchiscono così di numerosissimi nuovi tasselli. Ovviamente non mancano le sigarette Red Apple, uno dei sottili fil rouge di tutta la sua cinematografia. In tal proposito di potrebbe scrivere una vera e propria guida alla lettura (online ne sono già spuntate diverse) per districarsi in questo delizioso ginepraio di celluloide.

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Il 2019 sembra essere l’anno in cui gli autori si guardano dentro (o indietro), da Almodovar a Jarmusch. L’età avanza e i conti con la propria filmografia vanno fatti su grande schermo. È la Sindrome 8 1/2, con declinazione autofiction o meno. A questo si unisce una sempre più diffusa smania per il citazionismo tipica del cinema post moderno, dove le pellicole diventano opere catalografiche – più o meno criptiche – per autori dal gusto cinephile come Jordan Peele con Us (horror di doppelgänger omaggio alle palpitanti inquietudini cinefile anni ’80) o David Robert Mitchell con Under the Silver Lake (un pasticciaccio ambiziosissimo che non vedrà mai il buio della sala e che probabilmente ha stroncato la carriera di un regista promettente. Tarantino, che è arrivato prima e molto meglio di loro nel fare le regole, in questo gioco di specchi cade in piedi mettendo in scena un’autofiction dove il protagonista è il proprio cinema. Negli intenti una vera e propria dichiarazione d’amore alla forza e alla magia del cinema, al potere della narrazione.

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1969, Los Angeles, da febbraio alla famigerata notte del 9 agosto, quella del massacro di Cielo Drive, in questi sei mesi si dispiegano le vicende di C’era una volta a… Hollywood: Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) un attore sul viale del tramonto, e Cliff Booth (Brad Pitt), la sua controfigura (entrambi personaggi di fantasia usciti dalla mente di Tarantino), scoprono di avere come nuovi vicini di casa Sharon Tate e Roman Polanski. Nella Los Angeles di quel 1969 Charles Manson tira i fili di una “famiglia” di adepti insediatisi nello Spahn Ranch, un tempo set di grandi produzioni cinematografiche e televisive (The Lone Ranger, Bonanza) poi caduto in disuso. Qui è ambientata una delle sequenze più riuscite del film, quando Cliff accompagna al ranch una delle ragazze della family e vuole sincerarsi che il vecchio Spahn stia bene. L’episodio si ispira alle cronache di Virginia Leaper, che si dovette addentrare nello Spahn Ranch per un censimento. Tarantino trasforma la Leaper in Cliff e inscena una sequenza degna del migliore Aldrich possibile: tesissima, macabra e grottesca. Da brividi.

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C’era una volta a … Hollywood, a conti fatti, è uno di quei film belli e soddisfacenti da studiare, sezionare, analizzare, smontare e indagare: una wunderkammer del cinefilo. Ma ha l’aria di essere una pellicola schiacciata dal peso di un capriccio, quello di Tarantino di voler incensare tutti i suoi amori di celluloide e – perché no – anche un po’ sé stesso. La sua Sharon Tate con i piedini sporchi ricorda la Melanie Ralston (Bridget Fonda) di Jackie Brow, di cui ritroviamo anche il tunnel con le piastrelle colorare dell’aeroporto di Los Angeles dell’iconica sequenza iniziale. Poi ci sono i richiami a Inglourious Basterds dove Brad Pitt sotto copertura veniva presentato come uno stuntman italiano, con i nazisti che vanno a fuoco come in uno dei film in cui Rick Dalton è protagonista. E via di seguito.

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L’impressione è che Tarantino abbia voluto mostrare troppo, senza voler sacrificare nulla. Definirlo masturbatorio sarebbe eccessivo, ma insomma… Alla lunga il gioco di mano si fa sentire. Per due ore il passo è lento, le sequenze lunghe e dilatate, la messa in scena strabordante, il tono riflessivo e la narrazione sembra non ingranare mai. Il finale poi, all’improvviso, è deflagrante. Non (solo) per la ritrovata violenza ultra pulp con cui Tarantino ci ha viziato nel corso delle sua carriera (squisita ed emozionante), ma perché quel plot twist (prevedibile o meno), che lo stesso regista si è raccomandato di non svelare per non rovinare la visione del film (proprio come fece Hitchcock ai tempi di Psyhco), è un inno glorioso e metaforico alla potenza del cinema stesso, che non è solo uno strumento di rappresentazione della realtà, ma che la realtà può suggerirla, superarla, inventarla e spostarla. Un assunto troppo spesso dimenticato dal cinema contemporaneo che sembra tenersi in piedi sempre più spesso con l’ossessione di voler analizzare il reale.