suburra

Suburra – Stefano Sollima

Alzarsi dalla sala cinematografica e provare una sensazione di piena soddisfazione. Non si chiede altro ad un film come Suburra, suggello di un genere cinematografico che da Gomorra in poi pare reggere molto bene il confronto con le sue rappresentazioni d’oltre oceano. E Stefano Sollima, che con A.C.A.B. aveva già dato conferma delle sua capacità di riplasmare la materia narrativa nel fantasmagorico linguaggio del cinema, sembra essere il solo regista, tra le nuove leve, capace di restituirci una degna rappresentazione dell’’epopea criminale nostrana, grazie anche al collaudato sodalizio con De Cataldo e Bonini, autori del romanzo omonimo.

È vero che si potrebbe avere la sensazione di ricomporre il puzzle dei pezzi di cronaca sparuti dell’ultimo decennio. Che nel personaggio del “Samurai”, Claudio Amendola ricordi quello di Massimo Carminati, in una Roma dominata da una politica di destra e da una criminalità che ha radici nella Banda della Magliana, e che, alla fine dell’’era Berlusconiana, uscirà allo scoperto.

Ma i detrattori che si aspettavano la ricostruzione documentaristica più o meno fedele, quietino pure il loro bisogno di elucubrazioni intellettuali. Quello di Suburra è cinema che guida lo spettatore verso un unico senso, finché di questo non ne è colmo. Caldo come i toni della fotografia di Paolo Carnera, convulso nell’’incedere di cause ed effetti, in una composizione magistralmente orchestrata, che usa il montaggio alternato in modo ammaliante ma convincente.

Quartiere popolato nella Roma antica da gente di malaffare, la Suburra finisce per identificarsi con l’’intero tessuto urbano della Capitale, e, forse, del Paese. Allegoria nera di una criminalità svuotata del suo personale bagaglio di valori/disvalori, scadente e abbietta come il sistema socio-politico con cui si mescola, a tal punto che chi governa ne risulta vittima e carnefice al pari del criminale. Marciume che diventa costante materica nella fanghiglia di un pioggia incessante, che non da scampo, la cui ritmica martellante delinea quella della storia. Ed infine, iperbolica e coinvolgente rappresentazione di sentimenti umani, con momenti di drammatica tensione, come la struggente sequenza dell’uccisione del boss di Ostia, impreziosita da una suggestiva colonna sonora, firmata M83. Grazie anche ad un cast decisamente in stato di grazia, che include protagonisti e coprotagonisti, con una postilla: l’’incredibile debutto di Adamo Dionisi sul grande schermo nella sua interpretazione del boss-zingaro Manfredi Anacleti.

Anche raccontare semplicemente una storia può suscitare emozioni, stimolare riflessioni più o meno profonde, e, volendo, esprimere una propria visione morale. Nel film, è quella per cui, solo quando si smuove qualcosa dentro, quando si inceppa un meccanismo, ci si può vendicare di un sopruso, rovesciamento di status affidato marginalmente al personaggio del politico abietto interpretato da Elio Germano, ma soprattutto alle figure femminili. Alla donna, simbolo di rivendicazione.

Perché la vendetta, in questo caso, assume proprio le sembianze di Viola (Greta Scarano) giovane compagna del boss, che, ferita nel profondo, come una “tarantiniana” Uma Thurman di borgata, sferra il colpo letale nei confronti del nemico, in un finale che ha il sapore del duello Western, dove il reietto, l’’oppresso, che vuole la sua rivalsa, non può che farsi giustizia da sé nella fangosa e piovosa realtà in cui vive.