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Pulp Fiction vent’anni dopo

E anche Pulp Fiction compie vent’anni. La ricorrenza dell’uscita dell’opera seconda di Quentin Tarantino è stata festeggiata in Italia dalla catena di cinema The Space con tre giorni di proiezioni speciali nelle sale del circuito. Un’occasione che tanti hanno colto al volo per gustarsi, spesso per la prima volta, sul grande schermo quello che resta uno dei film chiave della contemporaneità cinematografica e soprattutto, assicurazione sulla riuscita commerciale dell’operazione, uno di quelli con la più robusta e numerosa fandom.

Pulp Fiction al cinema per la generazione che ne è entrata in contatto con l’home video, con il passaparola nei corridoi del liceo, con i consigli dei commessi di videonoleggio attenti all’arte di un loro ex collega; oppure con le condivisioni, le citazioni, i momenti cult visti su YouTube è un po’ rito di recupero di un’esperienza sfiorata, un po’ collettivo riconoscimento del topico e dell’emblematico, un po’ esercizio di acribia cinefila, di ricerca del dettaglio, di rottura delle Easter Eggs che il citazionismo tarantiniano ha disseminato in ogni inquadratura.

In una bella sala cinematografica si può apprezzare al meglio l’incredibile potenza, centralità drammaturgica, complessità del montaggio sonoro: Pulp Fiction suona straordinariamente in Dolby, permettendo di apprezzare finezze come la sovrapposizione e mescolanza tra musica diegetica e non diegetica o l’invasività del rumore di fondo e la pregnanza della sua assenza. Ci si può accorgere di come la fotografia, meravigliosa, sia incredibilmente invecchiata, nel senso che oggi un film così poco patinato, dai colori decisamente non saturi, con momenti in cui dipinge lo squallore della periferia angelina con realismo quasi documentario, non passerebbe la prova delle distribuzioni da multisala.

Ci si chiede, comodamente seduti in sala, disturbati solo da qualche fan troppo ansioso di mostrare che sa a memoria “Ezechiele 25,17”, con urgenza superiore perché proprio Pulp Fiction sia diventato questo monumento intoccabile, amato dai cinefili e citato sugli autobus, come sia riuscito a creare un gusto e una sua fruizione così invasivi nel ventennio trascorso. Pulp Fiction è un prisma, che ha raccolto la luce irradiata dalla cultura pop americana del dopoguerra (quella al cui centro Vince e Mia danzano il twist più famoso della storia) e dalla cinefilia bulimica del suo autore, e l’ha rifratta in milioni di raggi di colore diverso che sono diventati GTA e la violenza sacralizzata di Winding Refn; un sintagma dell’articolo di cronaca del vostro giornale locale e il sorridente balletto intorno al caos dei film di Guy Ritchie; le baracconate quasi sempre inutili nascoste sotto l’etichetta “Tarantino presenta” e la vostra web serie preferita; libri, canzoni, serie Tv, discorsi da aperitivo. Alto e basso, arte e consumo, lezioni universitarie e pop corn contengono oggi un po’ di pulp, di «lurid subject matter».

Pulp Fiction resta un’opera di genio, forse più intelligente del suo stesso autore, sicuramente di più della folla sempre crescente dei tarantiniani. Ci si può trovare la mistica dialettica tra l’eroe in ricerca del Senso (Jules) e la spalla impermeabile alla lettura dei segni (Vincent); la sconvolgente atonia di un’umanità perduta in discorsi futili per cui tutto, a partire dalla morte, è desacralizzato, è gioco linguistico, è masticazione, digestione, escrezione; la filosofica consapevolezza che la vita è quel che succede mentre sei chiuso in bagno. E una folla di altre interpretazioni e significati possibili.

Anni fa su queste pagine ci chiedevamo se Quentin Tarantino fosse rimasto imprigionato dall’immensità di un film girato a soli trent’anni. Con un altro film straordinario come Bastardi senza gloria ha dimostrato che si può voltare pagina senza rinnegare se stessi. Prendiamoci i prossimi vent’anni anche noi per superare la nostra ormai vetusta “pulpmodernità”. E per capire che diavolo significa lo storpio nella scena dello scantinato. Due compiti che fan tremar le vene e i polsi.