Ma Loute Bruno Dumont

Ma Loute – Bruno Dumont

È per film pieni di una crudezza senza via d’’uscita come L’’età inquieta (1997) e L’umanità (1999) che Bruno Dumont si è fatto conoscere e apprezzare sia dal pubblico che dalla critica. Tuttavia, con la sua nuova opera presentata in Concorso all’’ultimo Festival di Cannes, Ma Loute, il regista francese spiazza mettendo perlopiù da parte quella desolazione dai tratti quasi esistenzialisti delle sue pellicole più celebri, optando invece per una comicità grottesca ed esasperatamente fisica. Una scelta che, in realtà, dovrebbe sorprendere fino a un certo punto: tale svolta comica era infatti già stata imboccata con P’Tit Quinquin, serie Tv che il cineasta aveva girato nel 2014 per il canale francese Arte. Soddisfatto del successo ottenuto in televisione, Dumont ha deciso di sperimentare tale formula anche per il grande schermo.

La storia è ambientata nel 1910 nella baia di Slack, nel nord della Francia, dove, come ogni anno, gli aristocratici Van Peteghem – André (Fabrice Luchini), la moglie Isabelle (Valeria Bruni Tedeschi) e le due piccole figlie accompagnate dal giovanissimo, androgino cugino (o cugina? Allo spettatore la decisione) Billie (Raph) – trascorrono le vacanze estive. Nella stessa isola abita anche una famiglia di pescatori, i Brufort, della quale fa parte il giovane e bizzarro Ma Loute (Brandon Lavieville). Neanche alcune misteriose sparizioni avvenute nell’’isola sembrano deturpare l’’aura brillante della pellicola: l’’obesa presenza del commissario Machin (Didier Després) che si occupa delle indagini è difatti così buffa e improbabile da far quasi dimenticare i macabri avvenimenti.

Già dalle prime sequenze Dumont dà il via alla sua operazione platealmente grottesca, che spicca il volo in particolare con l’’arrivo di Isabelle, la quale decanta con irresistibile stupidaggine la bellezza a sua detta “pittoresca” del luogo. Il cineasta tratta i personaggi di Luchini e Bruni Tedeschi come delle vere e proprie marionette che muove a proprio piacimento, mettendone in evidenza la vitalità talmente fuori luogo da risultare demenziale. Un’’atmosfera che si fa ancora più debordante con l’’entrata in scena di Aude (Juliette Binoche), cugina di André nonché madre di Billie: la donna, infatti, non tarda a fare sfoggio del suo infinito campionario di brillanti idiozie.

Il regista, sebbene occupato ad alimentare giocosamente questa improbabile giostra di eccessi, parallelamente trova il tempo di spargere in più momenti quella rabbiosa tristezza tipica delle sue pellicole più celebri. Ecco allora che, ad esempio, riconosciamo il “vecchio” Dumont nei volti tanto vitali quanto già vissuti dei tre bambini della famiglia Brufort, o nelle scene in cui i pescatori sono alla faticosa ricerca di cozze fra le ostili rocce dell’’isola. Anche l’’ammirevole lavoro sull’’ambiente getta zone d’’ombra sull’’aura comica del film: basti pensare alla villa tutt’’altro che rassicurante in stile egiziano-tolemaico dei Van Peteghem, che non sarebbe affatto dispiaciuta a Ferreri per le sue opere più beffardamente apocalittiche e distopiche come Il seme dell’’uomo o Ciao maschio.

Nel corso della pellicola emergono inoltre aspetti ed eventi che ne incrinano la comicità, come atti di cannibalismo, storie d’’amore impossibili e lancinanti differenze di classe che finiscono sempre per schiacciare i più deboli. Si impone così un ritratto di un’’umanità allo sbando che non fa intravedere alcuna luce: gli aristocratici affogano tra le onde altissime della loro farneticante volgarità, mentre i Brufort sono letteralmente abbrutiti dalla miseria. E la polizia, nel frattempo, brancola nella propria incapacità di saper realmente vedere e indagare.

In questo panorama di buffa desolazione fra la Slapstick Comedy, il René Clair di Entr’’Acte e Tati, l’’unica oasi di salutare normalità è rappresentata da Billie e le figlie dei Van Peteghem, creature che, però, invece di incarnare una solida speranza per il futuro, sono viste come vittime della classe a cui appartengono. E alla fine, allora, capiamo che dietro la cortina di questa efficacissima girandola di eccessi comici intrisa di black humour troviamo l’ineccepibile, doloroso Dumont di sempre.