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Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc

Un anti-musical che riconfigura il genere provocando straniamento e alienazione

Presentata in anteprima al Festival di Cannes 2017 nella sezione Quinzaine des réalisateurs, l’ultima fatica del regista francese Bruno Dumont, Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc, è musical fuori dagli schemi che tratteggia il periodo infantile di quella che sarà la pulzella d’Orléans.

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Come ben sappiamo la storia del cinema è punteggiata a intervalli più o meno regolari da narrazioni riguardanti Giovanna d’Arco, da Meliés a Dryer, da Bresson a Besson, passando per Rossellini, DeMille e Jacques Rivette. Ma a Dumont non interessano processi, roghi e torture, preferisce tornare all’infanzia, immaginare una bambina devota a Dio e alla Francia attraverso un film musicale anticonvenzionale al quale si fa davvero fatica a trovare antenati. Jeannette è semplice, non ha ambizioni personali, né sogni, sta da sola in mezzo alla natura a badare al proprio gregge. Questa essenzialità è resa efficacemente attraverso il simbolismo di una messa in scena spoglia, priva di ogni traccia scenografica, composta da quadri che spesso si dividono a metà tra cielo e terra, tra divinità e patria, uniche ragioni di vita per la piccola Jeannette.

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Le musiche sono quelle stranianti di Igorrr, al secolo Gautier Serre, compositore dallo stile vario, noto per le composizioni sperimentali e la commistione di stili e generi musicali differenti come ad esempio breakcore, musica barocca, death metal, hip hop. La scelta musicale è il punto di partenza per creare straniamento e alienazione percorrendo le caratteristiche peculiari del musical, ma alterandole e utilizzandole in modo completamente anomalo, rompendo le regole, contrapponendole alla conoscenza che lo spettatore ha del genere e alle tematiche trattate. Le interpretazioni sono fredde, apatiche, quasi neutre, il canto è spesso a cappella e non coincide con il commento musicale, la parte coreografica, a differenza di quella scenografica, esiste ma come nelle interpretazioni, c’è una mancanza volontaria di quell’energia vitale che contraddistingue il musical classico, portando ancora più in profondità lo straniamento dello spettatore rispetto a quello che si trova di fronte. Insomma nulla sembra andare a tempo, tutto sembra poco sensato (nonostante lo sia molto).

JEANETTE

Dumont smonta pezzo per pezzo un genere secondo una sperimentazione portata all’estremo, gioca con la storia del proprio Paese inserendo componenti grottesche, come ad esempio il macchiettistico zio e le sue goffe danze hip hop, ma non dimenticandosi il dramma futuro di Jeannette, evocato nei momenti in cui la coreografia porta le interpreti all’headbanging e il suono del brusco movimento dei capelli ricorda quello di una frusta, e il commento musicale si fa quasi lamento. Ci troviamo di fronte a un film originale, intelligente in tutta la sua vocazione anti-estetica e anti-spettacolare. Un’anti musical, come è stato più volte etichettato. Una definizione molto inflazionata, ma quanto mai azzeccata, utilizzata in passato per altri film come ad esempio Dancer in the dark (2000) di Lars Von Trier, il quale però attuava il processo decostruttivo in altra forma.

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È stato presentato fin dal principio come “il musical di Bruno Dumont”, tale dicitura crediamo sia finalizzata a sottolineare la volontà dell’autore di rivedere il genere in maniera intima e personale, fare a meno della dinamicità intrinseca propria del musical per simboleggiare una situazione di stallo che sembra rompersi solamente in due momenti: in principio quando dal fondo dell’inquadratura la piccola Jeannette si avvicina e conquista il primo piano, mostrandosi in tutta la sua purezza e ingenua bellezza e sul finale quando l’adolescente Jeanne si allontana in profondità di campo, in sella al cavallo che la sta portando verso quel destino che abbiamo spesso visto nel grande cinema del passato.