Quale droga fa per me?

Colmare il vuoto dell’esistenza

I sognatori della Compagnia del Sole con 'Notti bianche' e 'Quale droga fa per me?'

Non si può vivere in questo mondo, ma non c’è nessun altro posto dove andare.
—Jack Kerouac On the Road (1957)

Se la storia, l’arte e la vita ci hanno insegnato qualcosa, certamente una di queste è che l’uomo nasce (e cresce) insoddisfatto; e che a volte non è sufficiente un’intera esistenza per riempire questo vuoto. Era il 1951 quando Jack Kerouac terminò On the Road, uno dei più importanti e discussi romanzi della cultura statunitense. Pubblicato solo sei anni dopo, divenne vero e proprio libro di culto della generazione che verrà, quella degli anni Sessanta.

Caratterizzato da una forte componente autobiografica, quello dello scrittore statunitense è il racconto di un viaggio senza sosta alla ricerca dello spazio aperto, di quella frontiera considerata garanzia di una libertà ostacolata dalla società benpensante dell’epoca. Droghe e alcol a parte (ci torneremo in seguito), ritroviamo dunque gli impudenti protagonisti del romanzo – Sal e Dean – alle prese con la loro esplorazione della dannazione ottenuta attraverso un inseguimento costante verso la speranza, verso un sogno effimero di indipendenza totale e totalitaria contrapposto, però, alla necessità di stringere o recuperare legami amorosi e famigliari. Una dissonanza, quindi, che mette in risalto un dilemma tanto caro al filosofo e psicanalista sloveno, Slavoj Žižek:

Il problema per noi non è soddisfare o meno i nostri desideri. Il problema è riuscire a sapere ciò che desideriamo.

Caspar David Friedrich - Viandante sul mare di nebbia

Caspar David Friedrich Viandante sul mare di nebbia (1818). ©Hamburger Kunsthalle, Amburgo

Quindi, cosa vogliamo realmente? Fondamentalmente, però, questo è solo uno dei “piccoli” problemi preliminari. Già, perché una volta compreso e agguantato quell’impulso chiamato desiderio, ci ritroviamo a dover fare i conti con la natura di quest’ultimo: quella di non poter essere soddisfatto. A volte è talmente grande, talmente irraggiungibile o “solo” talmente lontano da come l’avevamo immaginato che la sua soddisfazione (o presunta tale) non fa altro che alimentare un circolo vizioso composto di perenni vuoti tutti da colmare. Questo si traduce regolarmente in una fuga dalla realtà, in una ricerca di un palliativo che faciliti – almeno in apparenza – il quieto vivere e che spesso trova terreno fertile nella mente, ma soprattutto nei sogni di chi, consapevolmente o non, ha compreso l’intero “giochino”. E nel mondo dell’arte capita non di rado di incontrare, di quando in quando, qualche piccolo/grande sognatore.

Gli scarabocchi di Maicol&Mirco

Gli scarabocchi di Maicol&Mirco. ©Michael Rocchetti

Prendiamo ad esempio uno dei film più importanti della nostra cinematografia: La dolce vita (Federico Fellini, 1960). Parte della pellicola racconta mirabilmente una società – quella romana a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta – che, sostanzialmente, non esisteva del tutto. Gli attori, gli artisti e gli intellettuali che affollavano Via Vittorio Veneto, party esclusivi romani, centro o periferie cittadine rappresentavano, infatti, una realtà che, nella migliore delle ipotesi, si avvicinava solo parzialmente a quanto accadeva in quegli anni. Ma la plausibilità, la verisimiglianza delle sequenze filmiche e anche l’eredità neorealista che il nostro cinema si portava dietro, creò non pochi fraintendimenti, talvolta divertenti.

Critiche e censure a parte, infatti, il film fu seguito da un grande boom turistico che un divertito Luigi Magni, regista e grande narratore della città di Roma, racconta in un’intervista confluita nel documentario Marcello, una vita dolce (Mario CanaleAnnarosa Morri, 2006). Il regista romano ricorda che dopo il successo della pellicola non era affatto raro incontrare turisti che, dopo aver visitato Piazza Barberini e Via Vittorio Veneto, si chiedevano smarriti «But, where is “dolce vita”?». In realtà quella dolce vita, continua Magni, non c’era, erano tutte «fantasie, belle fantasie» di Fellini. Marcello Mastroianni altro non era, quindi, che un sognatore, o meglio, la materializzazione filmica di una visione onirica impressa nella mente di quel meraviglioso regista poi divenuto aggettivo.

La Dolce Vita

Federico Fellini La dolce vita (1960)

Mastroianni sognatore, il ruolo non era nuovo. Solo tre anni prima, infatti, l’attore di Fontana Liri aveva interpretato, con un altro monumento del nostro cinema – Luchino Visconti –, il ruolo di protagonista nell’adattamento cinematografico del romanzo breve di Fëdor Dostoevskij, Notti bianche (1848). Proprio dalle pagine dello scrittore russo prende vita il melologo che apre un mini-ciclo che la Compagnia del Sole dedica ai sognatori, naturali o lisergici. Accompagnato dalla chitarra di Alberto Parmegiani, dunque, Flavio Albanese si insinua nei labirinti dell’anima tracciati dai dialoghi e, soprattutto, dallo stream of consciousness dell’eroe creato dalla penna di uno dei più grandi romanzieri di tutti i tempi.

Le notti bianche

Luchino Visconti Le notti bianche (1957)

Così, nell’accorata lettura/interpretazione dell’attore pugliese emerge, notte dopo notte, sogno dopo sogno, la natura di questo singolare abitante di Pietroburgo non dotato di nome e descrizione fisica, tanto da farlo apparire fatto della stessa materia di quei sogni che lo rendono ancora vivo. Conduce un’esistenza differente, «di pura fantasia e di ardenti ideali», acuita dalla fortuita conoscenza di Nasten’ka, l’amata donna che farà risvegliare desideri che parevano assopiti a quest’uomo che non ha mai trovato un posto nel mondo in cui collocarsi. Dalla loro complicata relazione, oltre ai sentimenti di speranza, illusione e inevitabile delusione, riaffiora anche il tema tanto caro allo scrittore russo, quello del doppio, già presente nel Sosia (1845) e che diventerà caposaldo nelle opere successive.

Uno spettacolo che rincorre, dunque, quella felicità, quell’amore tanto doloroso quanto necessario in un’escalation armonica che mette lo spettatore in condizioni di lasciarsi trasportare all’interno di un mondo in perpetua sospensione tra sogno e realtà. Operazioni come questa dovrebbero trovare maggior spazio anche e soprattutto fuori dall’edificio teatrale. Inviti alla (ri)lettura a alla (ri)scoperta di scrittori di tale portata sono sempre auspicabili, e vederli sempre più spesso anche in librerie – come già avviene, ad esempio, nella virtuosa Prinz Zaum di Bari – non sarebbe un’idea così malvagia.

Compagnia del Sole Le notti bianche

Compagnia del Sole Notti bianche

Alla costante ricerca di una via d’uscita è anche Hanna, la protagonista di Quale droga fa per me?, testo del drammaturgo tedesco Kai Hensel interpretato da Stella Addario (regia Marinella Anaclerio). Sedia, tavolo, bottiglia e bicchiere di acqua al centro della scena; un sistema di proiezione sul lato destro e, su quello opposto, il mezzobusto di Seneca a guardare e ispirare il monologo/conferenza condotto da questa casalinga apparentemente nella norma, ma che ben presto scopriamo essere sopraffatta dalla vita, tanto da trovare nelle droghe un alleato non convenzionale per sopportare una routine lontana da come l’aveva immaginata.

La sua storia, infatti, è un crescendo in cui emergono una bella casa in periferia, un marito ingegnere un po’ troppo assente, un bambino problematico e un incontro che le cambia la vita, quello con l’aiutante idraulico e con ciò che nasconde nelle sue tasche: delle pillole utili ad alleviare dolori e ad allontanare pensieri spiacevoli. Ma l’Ecstasy è solo il primo step per la sprovveduta casalinga che fino a quel momento non aveva mai avuto incontri con sostanze psicotrope e da lì in poi diventa grande esperta in materia. Hashish, cocaina, LSD diventano dunque compagni di un viaggio fatto di cause, tempi ed effetti sapientemente descritti con l’ausilio del materiale visivo proiettato. Della serie, se proprio dobbiamo farlo, almeno cerchiamo di padroneggiare l’argomento, senza andare allo sbaraglio.

Compagnia del Sole Quale droga fa per me?

Compagnia del Sole Quale droga fa per me? Foto ©Patrizia Memeo

Il linguaggio a tratti diventa molto tecnico, il ritmo è forsennato, tanto da rendere evidente ogni piccola incertezza. In fin dei conti, però, ciò che resta è il resoconto di un’esistenza che si consuma più velocemente delle altre in quel suo disperato, allucinato e deleterio tentativo di cercare un equilibrio che il mondo esterno non le assicura più. Perché, in fondo, «le droghe le prendiamo per gli altri», specifica con una certa solennità la protagonista; è un modo – errato, per quanto superficialmente piacevole – anche questo di colmare lacune che il mondo ci regala e che non tutti sono in grado di sopportare in egual misura. «Per essere amati bisogna darsi, riempire la vita», già, ma a volte il conto finale si presenta salatissimo.

Compagnia del Sole Quale droga fa per me?

Compagnia del Sole Quale droga fa per me? Foto ©Patrizia Memeo

La Compagnia del Sole ci mostra, dunque, due anime vinte, sconfitte dal corso della vita ma che non rinunciano a quel filo di speranza, a quel surrogato di gratificazione che permette loro di confidare, se non illudersi, in un futuro più roseo o anche in un piccolo, significativo momento di felicità capace di annullare tutto il passato. Giusti o sbagliati, sinceri o ambigui, l’essere umano, nonostante tutto, ha dannatamente bisogno di questi espedienti per sentirsi, anche solo parzialmente, vivo. Anche a costo di eludere la realtà.

Ascolto consigliato

NOTTI BIANCHE
Concerto per un sognatore

da Notti Bianche di F.M. Dostoevskij
con Flavio Albanese
e Alberto Parmegiani alla chitarra
regia e drammaturgia Marinella Anaclerio e Flavio Albanese

Piccolo Teatro di Bari Eugenio D’Attoma, Bari – 15 ottobre 2017


QUALE DROGA FA PER ME?

traduzione di Marit Nissen – Monica Casadei
con Stella Addario
regia e impianto scenico Marinella Anaclerio
immagini Lorenzo Scotto di Luzio
costumi Jessica Zambelli
oggetti di scena Marco Zezza
progetto di M.Anaclerio e M.Nappo

Teatro Kismet, Bari – 2 dicembre 2017