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Chi pensa ai bambini?

L'altalena del ventesimo Maggio all'Infanzia

Venti anni e non sentirli. No, a volte si sentono, eccome se si sentono. Certo, se parliamo dell’età anagrafica di un individuo e della sua condizione psico-fisica, venti anni sono un arco temporale ancora irrisorio. Ma se spostassimo l’attenzione su una rassegna culturale, ecco che quegli anni diventano una cifra ragguardevole, specie quando si giunge al “numero tondo”. Le responsabilità aumentano e il progetto deve tentare di essere più ambizioso per far fronte a una ricorrenza senza dubbio degna di nota.

E venti anni li ha compiuti il Maggio all’Infanzia, festival di teatro, letteratura e cinema per bambini e ragazzi diretto da Teresa Ludovico. Anniversario importante, dunque, per un festival che nel corso degli anni è diventato un punto di incontro per numerosi operatori e critici (di settore e non), nonché una delle più prestigiose manifestazioni nazionali dedicate al teatro ragazzi. Bene, se da un lato quest’anno la proposta artistica è stata densa (più di venti spettacoli in quattro giorni) e molto variegata, dall’altro, però, la qualità è stata quantomeno altalenante, e in un appuntamento del genere la cosa non può non lasciare leggermente spiazzati i partecipanti. Ci sono stati spettacoli di indubbio valore, certo, ma anche altri che avrebbero fatto esclamare a Helen Lovejoy – uno dei personaggi secondari dei Simpson – la sua celebre battuta «I bambini! Qualcuno pensi ai bambini!».

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Partiamo dal basso verso l’alto prendendo in considerazione – a titolo esemplificativo – solo cinque degli spettacoli visionati durante la nostra permanenza. Iniziamo proprio con lo spettacolo “di casa”: Arabesk, regia di Vito Signorile e produzione dei Teatri di Bari, gli stessi Teatri di Bari che l’anno scorso hanno prodotto e fatto esordire, sempre al Maggio all’Infanzia, Ahia! (Premio Eolo 2017). La differenza qualitativa tra i due spettacoli, però, è abissale. Un po’ come se Woody Allen portasse nelle sale Midnight in Paris l’anno prima e To Rome with Love quello seguente. Ah, già, è successo realmente anche questo. Ma veniamo allo spettacolo.

Un’adorabile nonna (Lucia Zotti) è la narratrice che introduce i due racconti che prenderanno vita alle sue spalle: Pierino e il lupo e L’apprendista Stregone. Adorabile, si diceva. Altrettanto non possiamo definire ciò che prende vita alle sue spalle. La scena sembra infatti abitata da personaggi non ancora ben definiti e definibili, nel senso che proprio non si capisce dove vogliano andare a parare: se mostrare le proprie capacità artistiche, far riflettere, far imparare una lezione o semplicemente strappare un sorriso. Chiaramente non riescono in nessuno di questi intenti, in uno spettacolo in cui tutto è troppo approssimativo – a tratti didascalico – e che finisce per diventare l’auto-parodia e lo scimmiottamento di quello che, forse, si voleva realmente portare in scena.

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Teatri di Bari Arabesk

Non si distanzia tanto da questo standard, Fratellino e Sorellina di Ruotalibera. Ispirato all’omonima fiaba dei Fratelli Grimm, lo spettacolo è un lungo flashback che ripercorre la quotidianità, le liti, il rapporto con i genitori e con la scuola di un fratello e una sorella alle prese con un momento importante della propria esistenza: la recita scolastica. In questo viaggio nel tempo, una telecamera accompagna i due ragazzi nel percorso alla scoperta di se stessi.

Si procede per convenzioni, e nemmeno tanto convincenti. In scena non vediamo due adolescenti ma due adulti che – in fondo, senza crederci troppo – interpretano il ruolo di due adolescenti. E questo è solo il primo tradimento di uno spettacolo che analizza un’età sensibile attraverso stereotipi e macchiette, avvalendosi di una colonna sonora composta di sigle televisive di cartoni animati e telefilm anni Ottanta e Novanta (perché?) ed eliminando del tutto l’elemento fiabesco dell’opera che l’ha ispirato. Perché dovremmo portare figli o nipoti ad assistere a uno spettacolo del genere, invece di farlo stare comodamente sul divano di casa davanti ai programmi televisivi? Il teatro, a livello di qualità e contenuti, non dovrebbe offrire qualcosa in più? In questo caso proprio non ci è riuscito.

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Ruotalibera Fratellino e Sorellina

Voltiamo decisamente pagina con Schiaccianoci Swing della compagnia Bottega degli Apocrifi (regia di Cosimo Severo su drammaturgia di Stefania Marrone e musiche di Fabio Trimigno). Liberamente ispirato a Schiaccianoci e il re dei topi di Hoffmann, lo spettacolo è un sogno musicale che spazia con estrema facilità e maestria tra generi e brani molto differenti tra loro. Dal jazz al blues, dal folk al rock, passando per Tchaikovsky, arrangiato e messo in condizioni di dialogare con gli altri generi che confluiscono in quell’andamento “swing” che dona il titolo all’opera.

Una poltrona mobile, posta al centro della scena, è l’elemento che dà origine al mondo fiabesco. Proprio su di essa, infatti, si addormenta Maria – la protagonista – dando vita a un sogno che sfocia nella realtà, diventando quasi tangibile. Non servono tante parole per portare avanti la narrazione e rimarcare gli stati d’animo dei vari personaggi che, strumenti a seguito, si avvicenderanno e uniranno sul palco; bastano le note musicali e i loro movimenti del corpo, frammentari ma ben assestati, per creare un caleidoscopio composto di suoni, luci, rivolte e incantesimi che consente l’immersione in un mondo al confine tra il reale e l’onirico.

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Bottega degli Apocrifi Schiaccianoci Swing

Rimaniamo nel mondo fiabesco passando a Biancaneve, la vera storia di Michelangelo Campanale (produzione CREST). La drammaturgia di riferimento si discosta notevolmente dalla fiaba al sapore di zucchero e portata sul grande schermo dalla Disney, ma trae ispirazione da quella originale proveniente dalla tradizione popolare europea, nello specifico tedesca, poi raccolta dai Fratelli Grimm. Qui, dunque, Biancaneve è Maria Sophia Margaretha Catherina von Erthal – nobile realmente esistita nella prima metà del ‘700 – ripudiata da una matrigna che vedeva minacciato il suo trono di bellezza. A narrare la storia c’è Cucciolo, uno dei sette nani minatori che Biancaneve incontra durante il suo pellegrinaggio tra i monti.

Sette brevi racconti – uno per ogni nano – si avvicendano per sancire la crescita di una ragazza che, tra tentativi di vendetta materna e accudimento dei nuovi piccoli amici, diventa finalmente donna. Di Campanale avevamo già apprezzato il modo di creare scene e spazi (L’abito nuovo, Cinema Paradiso), ma in questo spettacolo a convincere è anche la drammaturgia, da noi considerata l’anello debole delle precedenti opere citate. Ci sono ammiccamenti verso il pubblico e piccole edulcorazioni – siamo distanti dalla schiettezza splatter di Licia racconta le fiabe di Lanera, per intenderci – ma appare comunque un compromesso accettabile per far comprendere, già in tenera età, che il percorso di crescita individuale è un cammino lento e ricco di ostacoli, ben distante da quello che il cinema e la tv vogliono farci credere.

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CREST Biancaneve, la vera storia

Concludiamo con quello che riteniamo lo spettacolo più riuscito – almeno durante la nostra permanenza – di questo Maggio all’Infanzia: L’universo è un materasso della Compagnia del Sole. Diretto e interpretato da Flavio Albanese su drammaturgia di Francesco Niccolini, la pièce analizza il concetto di Tempo – dalla sua creazione alla percezione in costante mutamento nel corso dei secoli – focalizzandosi poi sull’Uomo e sul suo stare al mondo.

Abito scuro, maglietta e guanti bianchi, barba lunga e folta; Albanese è solo in scena e, a parte qualche cambio luce, guadagna tutta l’attenzione del pubblico grazie alla sua voce, al suo racconto e ai suoi repentini cambi di personaggio. Il racconto si divide in quattro capitoli, passando dall’origine mitologica del tutto all’epoca aristotelica, dalla rivoluzione copernicana al Novecento, epoca in cui l’uomo ha finalmente cominciato a capire la relatività delle cose, comprendendo la grande illusione celata dietro l’esistenza. In queste quattro tappe il protagonista assoluto e collante dell’intera storia è Crono, prima spodestato dal suo trono dal figlio Zeus e poi messo sempre più in disparte dall’uomo stesso.

Ed ecco che la parabola discendente di Crono diventa condizione di vita dell’uomo stesso. Basta decentrare lo sguardo, cambiare prospettiva ed ecco che l’essere umano appare un essere insignificante e il suo cammino una pura illusione. E quale strumento migliore per descrivere questo percorso se non il teatro, luogo in cui «le cose esistono solo se le fai esistere. Le cose si vedono solo quando le illumini». L’uomo, infatti, così come Crono, era al centro del mondo, ben illuminato da una luce che, via via, è andata sempre più per sfocarsi fino a fondersi con l’ignoto. Una piccola, grande lezione raccontata con maestria e leggerezza. E, ovviamente, rivolta non solo ai più piccoli.

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Compagnia del Sole L’universo è un materasso

Un Maggio all’Infanzia che ha dunque regalato, nel suo ventesimo anniversario, luci e ombre. Come ha ben evidenziato Lorenzo Donati su Planetarium, il bambino ha diritto al rispetto. Anche e soprattutto a teatro. E dispiace rilevare che questo principio non sempre è stato preso in considerazione durante questa edizione.

Ascolto consigliato

Festival Maggio all’Infanzia, Bari – 18, 19 e 20 maggio 2017