Rezza Fotofinish

Fotofinish – RezzaMastrella

Non conosce crisi di pubblico il teatro fatto dalla premiata coppia RezzaMastrella, una riflessione per niente scontata se si pensa alla preoccupante latitanza che da anni affligge il teatro di prosa italiano. Domenica scorsa, in replica, sold out, a chiudere la stagione del Teatro Kismet OperA (che l’anno scorso aveva ospitato l’ultima produzione teatrale dei due artisti romani Fratto_X) è approdato Fotofinish.

La «strana coppia» del teatro italiano colpisce ancora: gli habitat di Flavia Mastrella deformano e caricano i mille volti del performer Antonio Rezza, di nuovo impegnato con l’ansia e i malesseri quotidiani in cui gettare in pasto gli spettatori. Lo spazio, modellato da figure geometriche esatte come la verticalità dei totem e la rotondità delle «abitazioni mobili», è al servizio del dinamismo fisico del performer e del suo degno aiutante (Ivan Bellavista).

Questa volta in scena un uomo che fotografa se stesso per sentirsi meno solo e che, ampliando le sue personalità, non fa altro che mortificarsi: uomo poi donna, politico e suora, costruttore di case e ospedali mobili, nello spazio bianco che rende ancora più rilevante il corpo, al centro da sempre del teatro creato da RezzaMastrella. Eppure la solitudine e la nevrosi sono condanne cui non si può sfuggire: moltiplicare la propria immagine non fa altro che amplificare la solitudine; accade così che l’apertura verso l’altro, la pedana bianca che, come una protesi, allunga lo spazio scenico verso la platea, si concretizzi in una minaccia verso gli spettatori.

Lo spazio scenico si dilata tra il pubblico, interpellato da qualsiasi tipo di molestia, grazie alla metamorfosi di Rezza in cane con annessi morsi e leccate su braccia e volti delle vittime-spettatori che, malauguratamente, occupano le prime file della platea. Da cane a politico belligerante e incompreso il passo è brevissimo, e si compie con la complicità – affatto spontanea! – del pubblico stesso. Complice e vittima il pubblico sa di «aver pagato per subire» e non può esimersi; spettatori strappati al loro comodo posto finiscono distesi sul palco tra accoppiamenti e nudità, palpamenti e grida, in quella metamorfosi tutta rezziana che non si accontenta dello spettatore vivo ma lo converte in pubblico morto in scena.

Si sta male, il disagio è tanto, ci si diverte fin troppo in questo malessere, e si potrebbe arrivare a scomodare tanti grandi del passato per spiegare – ed affermare – il piacere di andare a teatro quando in scena è Rezza a guidare il gioco. Si potrebbe parlare, fra tutti, del crudele Artaud, ma diremo soltanto, anzi dirò, piuttosto, che sono di parte: della parte che a volte bisogna prendere, la parte di chi abbandona la maschera rassicurante dell’attore e dello spettatore esterno, la parte di chi vuole vivere il teatro come realtà violenta, contraddittoria, viva.

L’altra sera non ho assistito a una messa in scena ma sono stata coinvolta in un delirio organizzato a regola d’arte, dal quale nessuno spettatore può illudersi di sfuggire—tantomeno desiderarlo.