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Oltre i limiti della conoscenza

Flavio Albanese e la radice maieutica di 'I numeri dell'anima' e 'Il codice del volo'

Da me non hanno imparato mai nulla, ma da loro stessi scoprono e generano molte cose belle.

Da Socrate a Danilo Dolci, passando per Platone e Kierkegaard: i balzi temporali sono notevoli e sicuramente la lista è molto parziale, ma è indubbio che i nomi elencati hanno avuto un ruolo rilevante nell’elaborazione – e in seguito nella diffusione e tutela – della maieutica, un’arte ben semplificata dalle parole di Platone (Teeteto) che aprono questo articolo. L’interrogarsi reciproco, la ricerca del verso giusto delle cose interpretandone la natura, senza forzare, cercando sempre l’armonia sono alcuni degli elementi alla base, appunto, della maieutica, dal greco “ostetricia”, “levatrice”.

Secondo il pensiero socratico, infatti, il maestro e la levatrice sono (o dovrebbero essere) sterili: il primo non può generare in prima persona sapienza perché sa di non sapere, la seconda non può mettere al mondo figli. Ma entrambi possiedono il dono di riuscire a condurre verso il parto – di idee o prole – i rispettivi assistiti; e, nel primo caso, anche di riconoscere se il proprio interlocutore genera falsità o verità. Compito arduo e infruttuoso tentare di ridurre un pensiero così complesso e altresì importante in poche righe. Ma è un discorso filosofico che andrebbe ben studiato e assimilato, specie nei nostri giorni.

Ne è certamente convinto Flavio Albanese, che sul palco del Piccolo Teatro di Bari Eugenio D’Attoma ha portato due piccole gemme dalla profonda radice maieutica: I numeri dell’anima e Il codice del volo. Situato poco fuori dal centro di Bari, lo spazio off, sia per l’intimità derivata dalla limitata ampiezza sia per la partecipazione attiva del pubblico, riesce certamente a esaltare le qualità e i fini di questi due spettacoli. E questo clima di affabile spontaneità, dunque, consente ad Albanese – interprete e autore – di recitare non più per il pubblico ma con esso.

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I numeri dell’anima. Foto ©Laila Pozzo

Tratto da uno dei più celebri Dialoghi di Platone – il Menone –, I numeri dell’anima pone al centro del suo dibattito la virtù, la sua definizione, forma, consistenza, e, soprattutto, se essa possa essere insegnata o meno. Questi i quesiti che, pistola alla mano, il minaccioso Menone (Loris Leoci) pone a un trasandato e indifeso Socrate (Albanese). Nessuno dei due, ovviamente, conosce la risposta, e così può iniziare il brillante e divertente processo di ricerca attraverso il dialogo, lo stimolo reciproco al fine di facilitare quella anamnesi – il risveglio della memoria – tanto cara a Socrate.

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I numeri dell’anima. Foto ©Laila Pozzo

In scena ci sono solo un tavolino, una consolle per impostare luci e musiche, e uno schermo su cui vengono proiettati i titoli dei brani musicali su sfondo cromatico ogni volta differente. Qui gli interpreti dialogano tra loro, inglobando via via anche il pubblico, per tentare di risolvere l’irrisolvibile. Si procede per tentativi in cui grandi certezze sono confutate e piccoli dubbi escono rafforzati: le nozioni vengono scomposte e ricomposte, e, con incedere comico, si avvicendano e intrecciano per cercare di valicare i limiti del pensiero. A questa indagine prende parte anche «il più ciuccio in matematica» presente in platea, al quale viene chiesto di risolvere un problema geometrico nettamente fuori dalla sua portata. Ma, con le domande giuste e una buone dose di reminiscenza, tutto è risolvibile. Ed è proprio qui che emerge un altro tratto del pensiero socratico: forse la virtù non è insegnabile, ma ne possediamo tracce recondite nella nostra anima immortale.

Ad avvalorare tale tesi, questo gioco teatrale si conclude con la declamazione del Mito di Er da parte di un personaggio (Domenico Piscopo) risorto dopo la sua morte consumata nelle battute iniziali della messinscena. Il mito platonico basato sulla metempsicosi delle anime e descritto ne La Repubblica, però, pur allacciandosi perfettamente al discorso intrapreso nel corso dello spettacolo appare formalmente slegato da esso, risultando più un appendice indipendente che un prosieguo organico.

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I numeri dell’anima. Foto ©Laila Pozzo

Dalla cadenza dialettale barese di Socrate si passa a quella fiorentina di Tommaso Masini – detto Zoroastro –, devoto assistente di Leonardo da Vinci e protagonista assoluto di Il codice del volo, spettacolo scritto, diretto e interpretato da Flavio Albanese. Una lavagna con il ritratto del genio fiorentino e uno sgabello sono gli unici elementi scenici di una pièce fondata sulla parola, sul pensiero, sul limite e sulla curiosità che genera e concretizza i sogni. E il sogno ha concetti e nomi ben precisi: il volo e la macchina che possa consentire quello che all’epoca era una pura illusione. Ma in fondo, solo i limiti, come le paure, possono essere considerate illusioni.

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Il codice del volo. Foto ufficio stampa

Ne era consapevole Leonardo, il cui pensiero è restituito e ricostruito attraverso le imitazioni, i dubbi e le speranze del suo fido assistente. Come Socrate, l’uomo simbolo del nostro Rinascimento sa di non sapere, ragion per cui non demorde e, sfidando i propri limiti, inizia una serie di elaborazioni mentali scaturite da accostamenti maturati da un pensiero sistemico che solo una mente che viaggia a una velocità superiore alla norma può generare. Per forza di cose Tommasino non riesce e non può seguire con lucidità il filo del discordo; ma Leonardo non lo lascia indietro e, senza forzarne il pensiero con credi e dogmi assoluti, lo conduce alla verità indefinita e indefinibile attraverso domande, proposte, dialogo: ed ecco che torna, ancora una volta, il principio della maieutica.

Alla fine sarà proprio l’assistente a testare l’ardita macchina del volo. L’esperimento, però, sarà fallimentare. Ma questa disfatta in realtà non sancisce la fine di una visione onirica ma bensì un principio. Già, perché Leonardo ha inventato una macchina con un sogno – così come lo è anche il teatro – e non è fondamentale dove e chi porterà a termine il percorso intrapreso, né se serviranno anni, decenni o secoli: l’importante è riuscire a rendere reale l’irreale.

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Il codice del volo. Foto ufficio stampa

Flavio Albanese, dunque, in questi due spettacoli semina domande, pone interrogativi intorno ai quali è possibile ricercare insieme. Lontano dagli spettacoli che lasciano la pancia piena di nozioni insindacabili, l’attore pugliese stimola il dialogo e l’interrogarsi reciproco, azioni sempre auspicali in un periodo storico in cui si tende a percorrere la propria strada isolati dal mondo intero.

Ascolto consigliato

Piccolo Teatro di Bari Eugenio D’Attoma – 19 marzo e 30 aprile 2017