Anagoor Socrate il sopravvissuto

Gli incessanti limiti del presente

La sconcertante attualità di Anagoor e Tindaro Granata

«Va tutto bene». «Prima o poi si sistemerà tutto». Se ci fosse una speciale classifica sulle espressioni più utilizzate dagli esseri umani probabilmente queste due entrerebbero di diritto nelle prime cinque posizioni. Certo, ci sono anche i catastrofisti, ma nella maggior parte dei casi ci piace pensare positivo.

Niente di male, in fondo siamo solo degli inguaribili ottimisti, si direbbe. Il problema è che a furia di ripetercele all’infinito, spesso finiamo per credere seriamente a queste frasi fatte, o favolette che dir si voglia. Anche quando tutto va a rotoli e non abbiamo il coraggio di esporci o quando ci manca la forza e la volontà di cambiare le regole del gioco accontentandoci di attendere la beneamata grazia divina. D’altronde, se Bob Dylan decise di affibbiare a uno dei suoi più scoraggianti e oscuri capolavori il titolo It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding) [va tutto bene, mamma (sto solo sanguinando), ndR] forse qualche ragione l’avrà avuta anche lui.

Viviamo un tempo costantemente e profondamente mutevole, in cui la continua ed estenuante propensione al futuro tende a sminuire e accantonare alcune irrisolte questioni del presente o del passato più meno recente. Nel suddetto contesto spesso ci si focalizza – poco e male – su alcuni elementi del puzzle senza tenere conto dell’intero insieme, nonché del suo nodo cruciale. Ad esempio, e veniamo ai nostri spettacoli di riferimento, si pensa tanto (?) alle (parziali) riforme che coinvolgono insegnanti e nuove tecnologie in ambito scolastico da far passare in secondo piano gli alunni e soprattutto gli insegnamenti; cerchiamo – annaspando qua e là – di consolidare i legami famigliari delle famiglie ricostituite e le “adozioni in casi particolari” da dimenticarci le reali condizioni dei beneficiari.

Giacomo Balla Affetti (1910). ©Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma

Giacomo Balla Affetti (1910), dettaglio. ©Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma

Così, tra discorsi retorici e centinaia di dibattiti finiti nel dimenticatoio, c’è chi prova a sollevare questioni di grande attualità, chi prova a chiedersi a che punto siamo, dove siamo arrivati e soprattutto dove tendiamo a collocarci senza una reale inversione di tendenza. Parliamo di Socrate il sopravvissuto/come le foglie dei veneti Anagoor e di Geppetto e Geppetto del siciliano Tindaro Granata. Due spettacoli che, sia pur caratterizzati da grandi differenze formali e contenutistiche, ci fanno venire in mente le parole di Ennio Flaiano:

Il teatro non è soltanto rappresentazione della realtà, ma anche trasfigurazione della realtà, è protesta, un modo di essere presenti, un modo di spiegarsi il proprio tempo, o alla peggio di negarlo.

Anagoor Socrate il sopravvissuto/ come le foglie. Foto ©Salvatore Laurenzana

Anagoor Socrate il sopravvissuto/ come le foglie. Foto ©Salvatore Laurenzana

Partiamo da Città delle cento scale festival di Potenza-Matera, una delle rassegne più preziose del Sud Italia per programmazione (direzione Giuseppe Biscaglia e Francesco Scaringi), dove Anagoor porta alla ribalta una delle questioni più annose, aperte, delicate e trascurate; quell’istruzione/educazione/formazione di cui tanto si parla, per cui tanto si sciopera e su cui nulla di fondamentalmente concreto è stato fatto. Per introdurre questo discorso Simone Derai e Patrizia Vercesi decidono di far incrociare, senza mai farle scontrare, le vite di due uomini – Socrate, il maestro dei maestri la cui visione filosofica è raccontata nel Fedone, uno dei più celebri Dialoghi platonici; e Andrea Marescalchi, insegnante di ultima generazione uscito vivo dalle pagine del romanzo di Antonio Scurati, Il sopravvissuto.

Antonio Scurati Il Sopravvissuto (2008). ©Bompiani

Antonio Scurati Il Sopravvissuto (2005). ©Bompiani

Nove banchi di scuola, di cui otto occupati da studenti. C’è un assente – Vitaliano Caccia –, ma tornerà a non occupare il suo banco nel tragico finale. Sul lato destro, con le spalle rivolte verso il pubblico, il docente di Storia e Filosofia del liceo (Marco Menegoni) svolge la sua lezione mettendo in risalto il dissidio tra passione e metodo, talmente consapevole com’è di ricoprire un ruolo fondamentale per la crescita degli alunni ma al contempo cosciente che l’attuale metodo didattico sia «l’emblema dell’incolmabile ritardo della scuola sulla vita».

Accompagnati da note musicali algide, gli alunni, imprigionati nei frenetici, soffocanti e svilenti tempi dell’aula scolastica finiscono per creare immagini suggestive e struggenti sprofondando sotto i banchi di scuola, strizzando libri zuppi di acqua e accatastando volumi a mo’ di falò in un percorso temporale a ritroso che dai primi «anni Zero» li porta indietro di 2400 anni.

Anagoor Socrate il sopravvissuto/ come le foglie. Foto ©Salvatore Laurenzana

Anagoor Socrate il sopravvissuto/ come le foglie. Foto ©Salvatore Laurenzana

Attraverso un video proiettato sul fondale, infatti, ci ritroviamo nel 399 a.C.; qui, attraverso il doppiaggio in diretta dei protagonisti in scena, prende vita il dialogo tra il giovane Alcibiade e l’ormai prossimo alla morte Socrate. Il primo, sicuro di sé e ormai maturo per diventare comandante, si trova a fronteggiare le domande incalzanti del secondo. Vacilla, Alcibiade; la sua arroganza e sicurezza crolla sotto i dubbi instillati dal maestro che lo costringe ad ammettere la sua presunzione, la sua ignoranza di fronte a un sapere irraggiungibile, a un’esistenza mai doma e domabile.

Certezze e ambiguità, tenacia e impotenza, colpa e innocenza; Anagoor porta a galla i dissidi esistenziali dell’uomo attraversando il sapere e la sua sempre più complicata ricerca e divulgazione. Lo fa mettendo in relazione presente e passato, prima di tornare a quel fatidico 2001, anno in cui il sempre assente Vitaliano, di ritorno per l’esame di maturità, compie una strage uccidendo a colpi di pistola tutta la commissione eccezion fatta per l’insegnante di Storia e Filosofia. L’unico che aveva in qualche maniera titubato al cospetto del dogma in favore del dubbio, che aveva messo in discussione un sistema pur senza agire concretamente, ha dunque salva la vita. Ripartiamo da qui, da quel sotto-testo pregno di maieutica ora più che mai necessaria a comprendere l’essenza di quella grande incognita chiamata vita ancor prima di tentare di inculcare banalmente qualche nozione nella mente.

Anagoor Socrate il sopravvissuto/ come le foglie. Foto ©Salvatore Laurenzana

Anagoor Socrate il sopravvissuto/ come le foglie. Foto ©Salvatore Laurenzana

Dalla Basilicata alla Puglia, dove la stagione dei Teatri di Bari apre i battenti con Geppetto e Geppetto di Tindaro Granata, spettacolo incluso in To the Theatre, sezione tutta rivolta al contemporaneo che quest’anno si avvale della collaborazione di Licia Lanera in fase di direzione artistica. L’attore e regista siciliano, dopo Invidiatemi come ho invidiato voi e Antropolaroid, prosegue il suo discorso sul fitto intreccio delle relazioni, sugli scambi e sulle divergenze alla base di ogni rapporto. Il nucleo di partenza, attualissimo quanto delicato, è la famiglia omogenitoriale; ma questo è una sorta di pretesto – importante, sia chiaro – per mostrare quanto quella che spesso è ritenuta «anomalia» possa essere affine alla cosiddetta «normalità». Nel senso: va bene analizzare o provocare, ma c’è anche molto altro.

Family Day. Roma, 30 gennaio 2016. Foto ©La Stampa (fonte)

Family Day. Roma, 30 gennaio 2016. Foto ©La Stampa (fonte)

La scena è essenziale. Un tavolo con tre cartelli (agenzia, cucina, scuola), base delle vicende famigliari, scandisce i tempi e i luoghi in cui una pittoresca coppia gay inizia e prosegue il proprio percorso. Un gabinetto e due file di sedie laterali completano una scena dove gli interpreti indossano una maglietta nera, ciascuna personalizzata dal nome del personaggio interpretato. Qui, come il celebre falegname di Collodi, Toni e Luca scelgono di contraddire le leggi della natura affidandosi alla costosissima pratica dell’utero in affitto. Il primo, deciso e sicuro di sé fa da contraltare al secondo, eterno insicuro che deve più volte auto-convincersi di stare nel lato giusto della carreggiata. Sono proprio questi continui dubbi, però, i punti forti di uno spettacolo che, nonostante la questione affrontata, riesce a sottrarsi  quasi sempre da ogni facile retorica.

Tindaro Granata Geppetto e Geppetto. Foto ©Angelo Maggio

Tindaro Granata Geppetto e Geppetto. Foto ©Angelo Maggio

Già, perché oltre al suo dilemma interiore, Luca deve fare i conti anche con i pareri contrari della madre, che si ostina a non voler vedere suo nipote e della sua amica Franca, ritrovatasi di lì a poco a provare sulla sua pelle una situazione famigliare emotivamente simile. E ovviamente c’è anche il figlio. Tenero pargolo nella prima parte, bellicoso ragazzo nella seconda, quando dappoi le assenze e le presenze, i silenzi e la sempre più crescente consapevolezza della propria condizione “atipica”ne forgiano il carattere ma anche lo spirito ribelle.

Sta tutto qui il gioco drammaturgico di Tindaro Granata: prendere una posizione non prendendola, mostrandoci i due lati della bilancia e le diverse sfumature inglobate in ciascuno di essi. Eccezion fatta per il finale, forse un po’ troppo idilliaco e buonista, che stride con il gioco delle parti perseguito durante tutta (o quasi) la messinscena e con quella frase sgrammaticata – «se ci sarebbe più amore» –, affannosamente coniugata e più volte ripetuta dai personaggi sul palco. La chimera di un futuro più roseo è sempre affascinante; ma abbiamo bisogno solo di speranza, oggi? «Ma ancora esiste la speranza?» direbbe, forse, Antonio Rezza. E se la risposta fosse positiva, come si arriva a questo fiducioso punto?

Tindaro Granata Geppetto e Geppetto. Foto ©Angelo Maggio

Tindaro Granata Geppetto e Geppetto. Foto ©Angelo Maggio

Sono questi i quesiti che nei due spettacoli restano irrisolti. Anagoor e Granata non sembrano nemmeno volerle cercare le risposte, “limitandosi” – si fa per dire – a mostrarci la realtà dei fatti e a sollevare gigantesche questioni forse erroneamente non ancora ritenute urgenti dalla nostra società. Il tempo per risolverle, o almeno per iniziare a pensarci seriamente in fondo non manca. «We have all the time in the world» cantava Louis Armstrong. Benissimo, ma non prendiamo sempre tutto alla lettera.

Ascolto consigliato

SOCRATE IL SOPRAVVISSUTO / come le foglie

di Simone Derai e Patrizia Vercesi
regia Simone Derai

dal romanzo Il Sopravvissuto di Antonio Scurati
con innesti liberamente ispirati a Platone e a Cees Nooteboom
con Marco Menegoni, Iohanna Benvegna, Marco Ciccullo, Matteo D’Amore, Piero Ramella, Margherita Sartor, Massimo Simonetto, Mariagioia Ubaldi, Francesca Scapinello/Viviana Callegari/Eliza Oanca
maschere Silvia Bragagnolo e Simone Derai
costumi Serena Bussolaro e Simone Derai
musiche e sound design Mauro Martinuz

video Simone Derai e Giulio Favotto
con Domenico Santonicola (Socrate), Piero Ramella (Alcibiade), Francesco Berton, Marco Ciccullo, Saikou Fofana, Giovanni Genovese, Elvis Ljede, Jacopo Molinari, Piermaria Muraro, Massimo Simonetto
riprese aeree Tommy Ilai Camilla Marcon
concept ed editing Simone Derai Giulio Favotto
direzione della fotografia e post produzione Giulio Favotto / Otium
regia Simone Derai

produzione Anagoor
co-produzione Festival delle Colline Torinesi, Centrale Fies

Teatro Stabile, Potenza – 17 ottobre 2017

GEPPETTO E GEPPETTO

di Tindaro Granata
regia Tindaro Granata
con Alessia Bellotto, Angelo Di Genio, Tindaro Granata, Carlo Guasconi,
Paolo Li Volsi, Lucia Rea, Roberta Rosignoli
regista assistente Francesca Porrini
allestimento Margherita Baldoni
luci e suoni Cristiano Cramerotti
assistente ai movimenti di scena Micaela Sapienza
organizzazione Paola A. Binetti
coproduzione Teatro Stabile di Genova, Festival delle Colline Torinesi, Proxima Res

Teatro Abeliano, Bari – 20 ottobre 2017