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Gatta Cenerentola

Una favola noir per bambini cresciuti

La fiaba  seicentesca Gatta Cenerentola di Giambattista Basile fa da musa a un film d’animazione che mostra la costante evoluzione della scuola cinematografica napoletana. Presentato nella sezione Orizzonti all’ultima Mostra dell’Arte Cinematografica di Venezia, Gatta Cenerentola prende spunto non solo dall’omonima fiaba di Basile, ma anche dall’adattamente teatrale di Roberto De Simone, di cui fa riemergere i caratteristici toni cupi,  ben lontani dalla Cenerentola di Charles Perrault (la versione che usò Disney per il suo classico del 1950). Con Gatta Cenerentola Alessandro Rak, già regista de L’arte della felicità, affiancato da Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone, crea un’opera straordinariamente innovativa e attuale.

Il film è stato girato in Cel-shading, una tecnica digitale con cui le grafiche 3D vengono modificate simulando il tratto di disegno manuale, smussate con spessi bordi neri avvicinandosi nello stile grafico ai fumetti o ai cartoni animati tradizionali. Utilizzato anche per animazioni giapponesi e americane, questo metodo grafico viene sfruttato dagli animatori partenopei in modo originale, creando dei personaggi spigolosi dai volti poco espressivi ma intensi. Gli zigomi appuntiti e le risate ampie portano sullo schermo, insieme alla fotografia cupa e dettagliata, un’atmosfera noir di grande efficacia. Napoli, che silenziosamente si presenta come sfondo e protagonista nella fiaba, accompagna una storia di amore, assassinio, vendetta e brama di potere.

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In una cornice tutt’altro che fiabesca viene narrata la storia di Vittorio Basile, importante armatore e inventore napoletano, creatore della Megaride, una nave ipertecnologica in cui vagano realistici ologrammi, Dalla nave l’armatore progetta il Polo della Scienza e della Memoria, sogno tecnologico in cui Basile ripone ogni speranza di riscatto per la sua amata Napoli. L’uomo viene assassinato il giorno del suo matrimonio e Mia, sua unica figlia, viene posta sotto la tutela di Angelica (con la voce di Maria Pia Calzone), perfida matrigna che insieme alle sei figlie (cinque figlie e un femminiello, in omaggio alla versione teatrale di De Simone) la renderà schiava nella sua stessa dimora. Dopo un’ellissi di 15 anni, la realtà è completamente mutata rispetto a quella sognata da Basile. La nave stessa, ormai diventata un relitto, è il simbolo della decadenza e della mancata rinascita dell’intero porto di Napoli. La giovane Mia, soprannominata Gatta Cenerentola dalle sorellastre, vive alla mercè di queste ultime e della matrigna Angelica, donna tanto sensuale quanto malvagia, innamorata segretamente dell’estroso commerciante di scarpe e trafficante di droga Salvatore Lo Giusto detto ‘O Re (Massimiliano Gallo), che conscio dei sentimenti della donna,  li sfrutta a proprio vantaggio. Intanto, nonostante gli anni passati a subire angherie, per la Gatta Cenerentola il caso non è poi così avverso, poiché Primo Gemito, guardia del corpo e caro amico di Basile (a cui magistralmente presta la voce Alessandro Gassman), non l’ha mai dimenticata. Dopo anni dal suo allontanamento dalla nave, Primo riesce a farvi ritorno come agente di polizia sotto copertura, per stroncare le attività illegali che si compiono all’interno e ritornare a proteggere la ragazza.

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Un’opera ambiziosa in cui nulla è lasciato al caso, neanche il più piccolo particolare sfiorato a stento in pochi fotogrammi. La sceneggiatura riesce a dare il giusto spazio ad ogni suo personaggio e ad ogni sua sfumatura. Come sfondo una Napoli stanca, disillusa, che cerca di emergere aggrappandosi a qualsiasi spiraglio di possibilità di ripresa, martoriata e presa in giro da Lo Giusto, che la mortifica rendendola lo zimbello di se stessa. La città resta in silenzio, così com’è silenziosa la critica sociale che vi sottende, sempre palpabile ma mai stereotipata o forzata, celebrata con autoironia e leggerezza.

Angelica con le sue figlie incarna la perfetta matrona di famiglia, nelle sue mani sono strette le redini dell’ormai relitto della nave e della sventurata Cenerentola, muta vittima della cattiveria della donna e della sua prole, cresciuta con la medesima malignità della madre. La donna, degna di ogni matrigna e strega cattiva delle favole più tradizionali, viene umanizzata da sentimenti che emergono parallelamente al suo lato malvagio. Angelica, carnefice e vittima, che diventata conscia di quanto l’ha resa debole l’amore per Lo Giusto, mostrerà all’uomo ma soprattutto a se stessa di cosa può essere capace una donna ferita. In parallelo, lentamente si fa spazio Cenerentola, trascinata dagli eventi come fossero onde. Ella non possiede nulla, nemmeno la propria voce e, come in ogni favola che si rispetti, la giovane non ha nulla da perdere. Ciò che le rimane è il ricordo del padre, Vittorio Basile, che a sprazzi si fa spazio nella sua mente e davanti ai suoi occhi, tramite gli ologrammi custoditi nella nave, accompagnandola nel suo percorso ed aiutandola in qualche modo a restare sempre bambina. Ma è proprio grazie a questi ologrammi che Gatta Cenerentola scopre dell’assassinio del padre, prende coscienza di sé e decide di andare contro gli eventi, combattere le onde e vendicarsi.

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Nonostante la gestione dei tempi narrativi e del ritmo del film sia a volte difficoltosa, segnata da accelerazioni brusche e disordinate, il lavoro di Rak, Cappiello, Guarnieri e Sansone emerge come un’eccellenza notevole nel panorama del nostro cinema: non bisogna sottovalutare le difficoltà produttive che un film animato di questa importanza ha trovato in un  contesto in cui l’animazione raramente riesce ad emergere e a trovare risorse necessarie per sviluppare i talenti. Particolarmente rilevanti infine, sono anche gli effetti sonori e le musiche presenti nel film, in cui due antagonisti, Angelica e Lo Giusto, attraverso l’interpretazione di canzoni dai testi amari e pungenti riescono a mostrare diverse sfaccettature di sé, dimostrandosi ambiziosi, passionali e talvolta disillusi. Le musiche composte dal gruppo napoletano Foja, riescono ad evocare atmosfere noir, misteriose e coinvolgenti che non hanno nulla da invidiare alle classiche favole disneyane. Ma in sostanza, questa favola in cui collidono l’immaginario fiabesco al mondo reale, dimostra nella sua breve durata che l’unica cosa che realmente si cerca è la felicità, in ogni sua forma e ad ogni costo, con ogni mezzo. Ma in un mondo fatto di caos, in cui la speranza di trovare la felicità si sbiadisce sempre più velocemente, l’unica soluzione è dialogare con il passato.