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L’inganno – Sofia Coppola

Di fronte a un nuovo remake cinematografico, buona parte della critica si sente spesso in dovere di dissuadere gli spettatori dalla tentazione di fare confronti tra il film precedente e la successiva versione. Eppure in certi casi il paragone tra le due opere sembra inevitabile e perfino ragionevole, soprattutto se il remake ha alle spalle sia un romanzo sia un film che, dopo l’iniziale flop al botteghino, ha raggiunto nel tempo una grande notorietà.

È proprio il caso dell’ultimo film di Sofia Coppola – premiato per Miglior regia alla 70esima edizione del Festival di Cannes – che ripropone la vicenda del romanzo gotico di Thomas Cullinan (1966) e del suo primo adattamento cinematografico firmato da Don Siegel (1971), entrambi con lo stesso titolo, mantenuto dalla regista: The Beguiled (L’inganno, ma il film di Siegel fu titolato in Italia La notte brava del soldato Jonathan).

La notte brava del soldato Jonathan, Don Siegel, 1971

La notte brava del soldato Jonathan, Don Siegel, 1971

Virginia, piena Guerra di Secessione. In un collegio per giovani allieve sudiste, diretto da Miss Martha Farnsworth (Nicole Kidman), mentre il conflitto imperversa in lontananza, la vita scorre nella tranquillità e nella noia, tra lezioni di musica e di francese, corsi di cucito e di buone maniere. Come nella più classica delle fiabe, tutto inizia con una bambina che, disobbedendo alle raccomandazioni, si inoltra nel bosco e si imbatte in qualcosa di inaspettato. In questa fiaba dai toni cupi l’elemento inatteso è un soldato nordista ferito gravemente a una gamba, soccorso dalla bambina e che le donne decideranno di accogliere e accudire fino alla guarigione.

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Se il film di Don Siegel dava spazio al punto di vista del soldato che, come il suo precedente su carta, combinava seduzione e manipolazione per conquistare le attenzioni delle varie collegiali, Sofia Coppola sembra invece attratta dalla struttura del romanzo di Cullinan, in cui l’alternarsi di testimonianze in prima persona di ognuna delle donne diventa, sul grande schermo, una sorta di racconto corale, a sette voci. Nelle dichiarate intenzioni della regista c’è dunque un cambiamento di prospettiva rispetto al precedente film, con una focalizzazione sulle personalità di queste donne che vivono come sospese nello spazio e nel tempo – che tanto ricordano le vergini suicide del 1999 – e sulle loro reazioni alla presenza del soldato, giunto a scuotere le loro vite.

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Questo, purtroppo, solo nelle intenzioni: se da una parte Sofia Coppola riprende in modo pedissequo alcune scene del film di Don Siegel, dall’altra sembra dimenticare la tensione sessuale che lo faceva vibrare con intensità e appiattisce gli impulsi delle giovani donne, rendendole personaggi scialbi e senza passato, di cui si fatica a immaginare una personalità contrastata. La regista non concede al film il tempo necessario per far sì che i personaggi, compreso quello del soldato, si definiscano, emergano, vibrino di emozioni e assumano una propria forza drammatica.

Seppur la materia trattata risulti adatta alla personalità registica di Sofia Coppola, sempre attratta da trame al femminile, questo remake finisce per peccare di debolezza. Non riesce a mostrare gli istinti assopiti e i conflitti tenuti a bada da tempo nelle collegiali, ma soffoca gli impulsi e i desideri di fuga (dall’obbligata permanenza al collegio e anche dalle perbeniste imposizioni della società del tempo) che l’arrivo del soldato ha risvegliato.

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A questa mal riuscita caratterizzazione dei personaggi segue inevitabilmente una mancata coerenza narrativa: le azioni da loro compiute appaiono meccaniche e forzate, così da risultare non solo inspiegabili, ma a tratti addirittura ridicole. Come la scena dell’amputazione della gamba del soldato, di grande importanza per la valenza simbolica dell’amputazione/castrazione, che, mentre nel film del 1971 veniva arricchita da particolari truculenti e di forte impatto per lo spettatore, adesso viene mostrata in maniera quasi grottesca.

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La bravura di Sofia Coppola però emerge quando si affianca a quella del direttore della fotografia Philippe Le Sourd, con cui realizza inquadrature molto suggestive grazie all’utilizzo della luce naturale e delle candele. La magistrale costruzione del film a livello cromatico e luministico restituisce visivamente la raffinatezza e il candore che popolano la grande casa coloniale, con un costante velo di inquietudine che si insinua, come i fasci di luce che penetrano tra i rovi e le erbacce e attraverso le vetrate. Alla regia interessano di più le atmosfere e le sfumature, così dipinge, con colori pastello e un dosato gioco di luci, una casa quasi spettrale, tra il macabro e il sentimentale, i cui personaggi che la abitano appaiono però come fantasmi, che si muovono fluttuando in questo universo onirico e, in quanto tali, passano senza lasciare impronte o segni della propria presenza. Peccato che la sceneggiatura non sia capace di dare sostanza a questa forma e rimanga in superficie, con una struttura schematica e priva di consistenza, che svilisce la trama originaria.

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Infine quindi in risposta alla critica sopracitata, che sconsiglia i paragoni tra l’opera di Don Siegel e il remake di Sofia Coppola, ci sentiamo di affermare che l’ultimo lavoro della regista esce sconfitto a prescindere, a causa di mancanze di sceneggiatura che rendono debole il film in sé, senza bisogno di scomodare il predecessore.