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L’uomo di neve – Tomas Alfredson

Con la benedizione addirittura di Martin Scorsese, la stella in ascesa Tomas Alfredson torna nella sua Scandinavia (precisamente a Oslo, in Norvegia) per il suo ultimo lavoro, dopo l‘hitchcockiano La Talpa e il notevole quanto ermetico Lasciami entrare. In L’uomo di neve il suo talento di osservatore e direttore di scena viene “costretto” nel genere piuttosto quadrato del giallo/poliziesco, adattando il romanzo di Jo Nesbo. Al poliziotto Harry Hole (Michael Fassbender) viene affidato il caso di un serial killer che uccide donne che hanno bambini di cui non è nota la paternità, lasciando di volta in volta un pupazzo di neve. Le indagini sul passato delle vittime porteranno lui e la sua collega Katrine Bratt (Rebecca Ferguson) sempre più vicini all’assassino, fino al momento in cui viene minacciata anche la famiglia di Harry.

Se si supera il cruccio generato dal titolo italiano (“the snowman” è il pupazzo di neve, quindi perché “l’uomo”?), il film funziona sotto l’aspetto sia visivo che narrativo. Il primo è quello che colpisce subito: il gelo della Norvegia avvolge tutto e tutti e sembra penetrare lo schermo; ma simbolicamente nasconde il passato e la vera personalità di chi ne è esposto. Il secondo riesce grazie alla collaborazione tra la mano sicura e precisa di Alfredson e gli sceneggiatori Hossein Amini (Drive) e Peter Straughan (La talpa), capaci di bilanciare tensione progressiva e stasi.

Difficile quindi spiegarsi perché L’uomo di neve non rapisce; forse perché, nel contesto di regole e stilemi ben applicati in questo genere, ne mancano le trasgressioni: una scossa che ci faccia deragliare dal binario che porta dritti alla risoluzione, magari durante lo scontro finale con l’assassino, o quando la minaccia fisica alla famiglia è sotto gli occhi di Harry, oppure nello stesso personaggio di Harry, che avrebbe potuto disegnare un’evoluzione (o involuzione) più marcata.

Con omicidi, investigazioni e assassini all’ordine del giorno nella serialità televisiva, il cinema ha ancora la capacità di svettare e colpire in due ore di storia autoconclusiva. Costruzione narrativa e regia qui sono lampanti, ma forse di questi tempi per brillare serve un qualcosina in più.