lo hobbit battaglia 5 armate

Lo Hobbit – La battaglia delle cinque armate – Peter Jackson

Dopo due film non proprio entusiasmanti i cui eventi importanti erano dilatati all’inverosimile per arrivare al minutaggio necessario alla distribuzione di una trilogia e, allo stesso tempo, rendere epico e lungo un viaggio che sulla carta dura ben tredici mesi, si giunge a La battaglia delle cinque armate, episodio conclusivo della trilogia de Lo Hobbit. E con questo film ci si può tranquillamente dimenticare quel vago senso di noia che poteva sopraggiungere durante i due precedenti episodi, perché qui si entra nel vivo della storia, ci si ritrova al culmine delle vicende di ogni personaggio e la lunga durata del film, due ore e mezza anche a questo giro, scorre via agevolmente proprio come il sangue dalle asce dei nani.

La spedizione dei nani guidata da Thorin Scuodiquercia è andata a buon fine: il drago Smaug è stato scacciato da Erebor e Thorin può avere di nuovo accesso alle ricchezze dei suoi antenati, promesse in parte anche agli Elfi e agli uomini. Ma l’avidità, qui definita malattia del drago, prende il sopravvento, rendendo il coraggioso Thorin una persona poco gradevole: avido, sospettoso e pronto a sacrificare la vita dei suoi amici pur di ritrovare la tanto desiderata Arkengemma.

Ne La battaglia delle cinque armate, ça vans sa dire, vediamo quindi nani, uomini, elfi contro orchi e mannari, questi ultimi due eserciti sotto l’influenza dell’oscuro signore Sauron, scontrarsi in una delle battaglie più belle mai realizzate da Peter Jackson, capace di dotare la “classica” scena bellica di una regia spettacolare e al tempo stesso “impossibile”. I punti di vista e le angolazioni scelti dal regista neozelandese contribuiscono al racconto immersivo e dinamico dello scontro. Questo, ritardato e evitato il più possibile grazie all’operato di Bilbo Baggins, diviene inevitabile con l’entrata in scena dello sconfinato esercito guidato da Azog il Profanatore e indirettamente da Sauron.

Non c’è un momento di respiro, fin dal primo istante: gli eventi scorrono rapidamente e vertiginosamente per poi convergere nella battaglia finale. Inutile dire quanto accurato sia il comparto tecnico: con un investimento del genere (si parla di quasi 800 milioni di dollari) il risultato non può che essere eccellente, con tecnici di ogni tipo e software sviluppati appositamente per realizzare le scenografie maestose o i set virtuali. Sotto chili di trucco, parrucche e stoffe di ogni tipo diviene perfino difficile scorgere la recitazione degli interpreti: a emergere sono Ian McKellen grazie al carisma che trasuda dalle scelte fatte per ridare vita a Gandalf il Grigio e Martin Freeman, la cui prova attoriale si può veramente apprezzare solo vedendo la trilogia per intero e notando come abbia deciso di virare la sua interpretazione dall’insicurezza alla prodezza con grande maestria. L’emozione vera, però, giunge soprattutto sul finale, specie per i nostalgici della precedente trilogia: il collegamento rende i sei film un tutt’uno inseparabile che diventerà presto croce e delizia per gli accaniti maratoneti del futuro.

Se una critica si può fare, e questo è un parere estremamente personale, deve essere rivolta alla scelta di girare in 3D a 48 fotogrammi al secondo. La sensazione di essere davanti alla computer grafica diviene fastidiosa con tanta definizione a disposizione. A soffrirne di più sono le scene d’amore tra l’elfo Tauriel e il nano Kìli, dove l’effetto soap pare sempre essere minacciosamente dietro l’angolo. Forse, la scelta migliore sarebbe quello di gustarselo in 2D, magari senza neppure il 4K.