the lady gloria contreras

Ho visto The Lady e ci ho trovato Bergman

Stanotte ho fatto un incubo: mentre stavo per vedere su YouTube l’’ultima puntata di The Lady – l’amore sconosciuto, web serie in dieci episodi scritta e diretta da Lory Del Santo, un misterioso malfunzionamento del computer mi impediva di attivare la visione a schermo intero. Preoccupato, mi domandavo come, a “schermo castrato”, avrei potuto godere appieno della bellezza delle inquadrature, delle preziose sfumature dell’’immagine, dell’’intensità bergmaniana dei primi piani (ma, come vedremo più avanti, il maestro svedese non è l’unico punto di riferimento di Lory). Per fortuna, appunto, che si trattava solo di un brutto sogno.

Questo è un semplice –- e grossolano –- esempio per far capire quanta potenza visiva sia presente in The Lady, ma anche per rendersi conto della dipendenza che tale lavoro artistico può creare, soprattutto in coloro che sono abbastanza aperti da amare le opere in cui, in maniera complessa eppure armoniosa, l’’alto si unisce al basso. In questo ambizioso e riuscito progetto di Lory Del Santo, infatti, il minimalismo dei film di Ozu si intreccia a echi di Pomeriggio Cinque di Barbara d’’Urso. Ma c’è ancora di più.

The Lady, titolo di una semplicità elusiva e sottilmente morbosa, è Lona, un’’affascinante donna sui trent’’anni (l’’intensa Gloria Contreras), divenuta terribilmente ricca dopo l’’enigmatica morte del facoltoso marito in un incidente aereo, il cui corpo è misteriosamente scomparso. La protagonista, che di base abita in uno scintillante palazzo a Milano di sua proprietà, è spesso in viaggio per organizzare non ben precisati servizi fotografici di moda. L’’intensità della vita privata e interiore non è da meno di quella pubblica e lavorativa: fra le varie cose, infatti, Lona ha un’autentica ma contrastata relazione d’amore con Luc (Costantino Vitagliano, tornato alla ribalta in veste di interprete a quasi dieci anni da Troppo belli), uomo da lei mantenuto, passionale, sì, ma anche un po’ violento. Attorno a loro una giostra di personaggi difficilmente dimenticabili: da ricordare la segretaria di Lona, sorta di versione accattivante dell’’ex ministro dell’’istruzione Maria Stella Gelmini; il suo fidanzato, che usa quest’’ultima per tentare di arrivare a conquistare la protagonista; il maggiordomo Chang, così poco acculturato, disgustosamente primitivo e così non europeo da saper dire quasi esclusivamente «Si, signora» (anzi, «Si, siniora»); le pacchiane guardie del corpo di Lona, visibilmente attratte da lei, ma così professionali che non la toccherebbero nemmeno con un dito; le amiche Guenda (Guendalina Canessa), collega organizzatrice di eventi, sempre alla saggia ricerca “del top del top” nel business e nella moda, e la sexy confidente Giselle (Natalia Bush). E un misterioso uomo parzialmente sfigurato in volto che la segue in maniera inquietante, con intenzioni probabilmente poco affascinanti.

La trama di per sé sembra a dir la verità poca cosa. Ma, come nei migliori esempi di vero e proprio cinema moderno (Bresson, Ferreri, Antonioni, Tati, giusto per fare qualche esempio), The Lady ci dimostra che ciò che conta non è solo o tanto la storia, bensì l’’atmosfera, il lavoro sulle inquadrature, lo stile, la qualità spiazzante di certi interventi. Lo sguardo partecipe e impassibile al contempo della Del Santo, infatti, parte da un soggetto semplice per poi volare con trionfante eleganza verso un trash chic di impronta spudoratamente personale.

The Lady ricorda Brian De Palma per gli arditi movimenti della macchina da presa genialmente autocompiaciuti (carrellate vorticose, generose panoramiche, zoom improvvisi sulle espressioni più intime dei personaggi, rivelandone le scomode verità); Antonioni per l’’incomunicabilità e il rapporto disarmonico fra spazio, architettura e corpo umano; Altman per la capacità di giostrare con sguardo compatto e sorprendente la coralità dei personaggi; Lynch per il senso del sospeso, del mistero (incarnato, ad esempio, dall’’uomo sfigurato che la segue da lontano) e per i prepotenti accenni di torbido erotismo à la Velluto blu o Mulholland Drive; Brecht e Straub-Huillet per la recitazione spesso antinaturalistica e straniante; Badalamenti per l’atmosfera di opulenta e fine tensione delle musiche più cupe che si odono a momenti di sottofondo.

Ma Lory Del Santo è così postmoderna da sapersi anche, per dirla con Woody Allen, “citarsi addosso”: l’esplorazione dei corpi da parte della macchina da presa assomiglia a quella presente nel suo cortometraggio d’’esordio Night Club – Osare per credere, rimanda alle sue passate performance di attrice e artista body art sia in televisione (Drive in nei primi Ottanta, L’’isola dei famosi nel 2005) che al cinema (il meravigliosamente surreale W la foca di Nando Cicero, del 1982). Inoltre, alcuni dialoghi evocano il dada-surrealismo delle sue poesie da lei stessa recitate in Missione Seduzione, programma della nostra su YouTube in cui vestiva i panni di sociologa e counselor. Un paio di esempi: nella prima puntata, una delle non scarse conoscenze maschili di Lona le domanda con fare quasi robotico che cosa sia per lei l’’amore. Lona, seppur indaffarata, come colpita da un’’inaspettata luce, si ferma qualche istante e, con struggente sensualità, risponde: «Frammenti di tante emozioni diverse». Notevole anche nell’’ultima puntata, quando con un sorriso, seduta in un bar confessa che un giorno le piacerebbe trovare la scatola nera dei suoi sogni.

Non è un caso se, all’’inizio, si è sentito la necessità di citare Bergman. Lory Del Santo è difatti abile anche nella costruzione dei personaggi, in particolare nello scandagliare, con spietatezza e sensibilità allo stesso tempo, quello di Lona che, nemmeno poi tanto velatamente, può essere visto come un suo alter ego. Da una parte, la protagonista è timorosa e succube del suo compagno Luc, per il quale prova una tenerezza e un sentimento amoroso che rischiano di farla letteralmente cadere in ginocchio; dall’’altra, riesce anche a far valere con assoluta convinzione la propria libertà piena di femminismo e girl power, dicendo a Luc che (limitarsi a) flirtare è per lei naturale come il respiro, e che niente e nessuno potrà impedirglielo.

Ma le contraddizioni del suo animo non terminano fortunatamente qui: per un lato donna sgradevolmente tenace e, come una novella material girl, letteralmente attaccata ai soldi; per un altro, invece, fanciulla con un animo dalla delicatezza ad alto tasso poetico, capace di generare monologhi interiori complessi e suggestivamente turbati, che sospendono per qualche attimo la narrazione, portando lo spettatore a focalizzarsi sull’’importanza sacra della parola: «Sono come la luna: metà luce metà buio… il buio mi sta ingoiando… ma il cielo stellato è come un manto reale che mi protegge».

Alla luce di ciò, oseremmo dire che il personaggio di Lona per certi aspetti rappresenta perfettamente l’incarnazione dell’’ideale di Yukio Mishima: unire alla cura dell’’intelletto anche quella del corpo (Lona fa palestra con tanto di personal trainer). E la protagonista, oltre ad essere bella e curata, è anche effettivamente – a modo suo – un’intellettuale: a un certo punto della serie, pur presa da mille viaggi e impegni, decide di voler scrivere “un libro sull’’amore”, magari, chissà, ispirandosi a Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. Tuttavia, nonostante le apparenze e i numerosi contatti che intrattiene quotidianamente, Lona, forse, alla fine è una donna sola e non del tutto compresa. Coloro che le stanno intorno, infatti, non sembrano ca(r)pire del tutto la bellezza della sua poesia che veicola la sua umanità visionaria, i preziosi e genuini gioielli delle sue esternazioni.

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La protagonista è circondata perlopiù da donne superbamente fashion e stylish ma non dotate della sua bellezza interiore, pronte a tutto pur di scalare il successo; mentre gli uomini, vorticosamente palestrati e in come repliche di qualche tronista made in Maria De Filippi, in maniera tragicomica si trovano davvero ad anni luce da un dialogo vero e proprio con il suo animo. E allora il lusso – irresistibili skylounge, costosissimi appartamenti e alberghi, spiagge alla moda, quartieri chic di città cool come Parigi e Londra –un po’ come nei migliori melodrammi di Douglas Sirk, diventa un’immagine, una superficie da strappare per scovare la palude morale e le bassezze dell’’essere umano. Senza, ovviamente, per questo rinunciarci. Insomma, Lory Del Santo è consapevole di quanto la ricchezza sia una meraviglia problematica, una comoda estasi purtroppo non esente da difetti e sensibili conseguenze sulla psiche. Da questo punto di vista, dunque, The Lady è anche una brutale quanto auto compiaciuta forma artistica di autoanalisi (e di nuovo emerge inevitabilmente il paragone con Bergman).

Un po’’ come in The Wolf of Wall Street di Scorsese o in La grande bellezza, il disfacimento è nascosto nell’’opulenza, la bruttezza dell’’anima e della società batte dietro lo sventolare delle banconote e il brillare dei gettoni d’oro: The Lady, perciò, può anche essere considerata una lunga, labirintica puntata di Uomini e donne girata da Sorrentino.

Tale opera è anche un’’ulteriore testimonianza dell’’instancabile furbizia e potentissima ambiguità di Lory Del Santo. Per scrivere e girare The Lady l’’artista ha sicuramente preso con entrambe le mani la propria corposa mediocrità, l’’ha (ulteriormente) studiata e l’’ha resa memorabile potenziandola, intensificandola, esaltandola con un ipnotico senso del ridicolo ad alto tasso (anche involontariamente) creativo e maldestramente originale. Per caso o per volontà, ha imboccato in maniera magistrale e intima la strada del comico sublime per attirare l’’attenzione, riuscendo, infatti, a conquistare pubblico e critica.

E così, con invidiabile naturalezza e un distacco da diva, Lory del Santo rende il proprio mitico Nulla un oggetto di (s)culto, esaspera con accanito iperrealismo la lussuosa e torbida quotidianità dei suoi personaggi, trasformandola in un succosissimo grottesco che, forse, finge di essere involontario e di prendersi sul serio. Il suo è un non talento alquanto particolare, che lei riesce a sfruttare nella maniera più fantasiosa possibile.

Lory Del Santo dunque, oltre all’’arte crea anche un dibattito, costringendo gli spettatori a chiedersi banalmente: quanto ci è e quanto ci fa?

Alla fine poco importa rispondere a questa domanda. È sufficiente sapere che, con The Lady, Lory crea ufficialmente un impero esteticamente e (im)moralmente riconoscibile, molto più interessante e personale di tanti tristi epigoni di Muccino e anonime fiction televisive.