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L’isola dei cani

La distopia in stop motion di Wes Anderson

Giappone 2037. Una strana influenza canina dilaga nella metropoli di Megasaki, così il capo Kobayashi decide di allontanare tutti i cani dalla città e spedirli su Trash Island, un’isola di rifiuti. Il giovane Atari, un bambino di dodici anni e pupillo di Kobayashi, atterra con un aeroplanino sull’isola di immondizia alla ricerca di Spot, il suo amico a quattro zampe. Con l’aiuto di un branco di cani coraggiosi, Atari si mette alla ricerca del suo amato cagnolino.

This image released by Fox Searchlight Pictures shows characters, from left, Chief, voiced by Bryan Cranston, King, voiced by Bob Balaban, Atari Kobayashi, voiced Koyu Rankin, Boss, voiced by Bill Murray, Rex, voiced by Edward Norton, And Duke, voiced by Jeff Goldblum, in a scene from "Isle of Dogs." (Fox Searchlight via AP)Koyu Rankin

Isle of Dogs, premiato alla Berlinale con l’orso d’argento per la miglior regia, è il nuovo film di Wes Anderson. Dopo aver sperimentato la tecnica dell’animazione in stop-motion nel 2009 con Fantastic Mr. Fox, il regista statunitense torna a lavorare con il passo uno per creare un lungometraggio visivamente intrigante, un film che unisce la grazia e il rigore andersoniano con l’equilibrio formale dell’arte orientale, dal teatro kabuki alle pellicole di Akira Kurosawa. Un mix di influenze, dunque, che danno vita a un immaginario distopico in cui si muovono i personaggi bizzarri e ironici tipici di Wes Anderson.

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In Isle of Dogs (come suggerisce il titolo) i veri protagonisti della storia sono proprio i cani: nel branco di cani alpha che decide di aiutare il giovane Atari ci sono Rex, Boss, King, Duke, abituati a una vita di comodità e agio prima dell’espulsione da Megasaki; con loro c’è però anche Chief, un randagio che si mostra inizialmente scontroso ma che nasconde un cuore tenero e altruista. Attraverso i personaggi a quattro zampe, Anderson porta avanti i temi a lui cari: dalla riflessione sulla famiglia (in versione canina) a quella sull’essere un outsider, perché in fondo i cani del film sono allontanati e disprezzati, dei veri e propri emarginati dalla società.

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Il nuovo film di Wes Anderson si può inoltre accostare a un genere molto popolare in questi anni, quello distopico. In Isle of Dogs viene descritto un futuro prossimo in cui la crescita demografica ha prodotto sovrappopolamento e un preoccupante inquinamento, tanto che un’isola viene adibita a mega discarica e luogo di quarantena per i cani infetti dall’epidemia. Questa isola dei cani assomiglia molto alla Terra post-apocalittica di Wall-e (2008) dove il robottino protagonista si muoveva tra cumuli di rifiuti; infatti, sia in Isle of Dogs che nel film della Pixar si vede in filigrana la tematica ecologica a dimostrazione che tutti i generi, anche quelli apparentemente “per bambini e ragazzi” (etichetta spesso affibbiata all’animazione) possono contenere messaggi importanti e decisamente attuali.

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Isle of Dogs è una bella storia e un film visivamente sorprendente. Si tratta di un lungometraggio in cui tutte le diverse influenze, dalla cultura orientale all’animazione occidentale, confluiscono nello stile unico di Wes Anderson, che si dimostra, ancora una volta, un grande regista contemporaneo.