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Racconti dalla Berlinale (parte 2)

Dalla Storia all’esplorazione dell’animo femminile

Alla 68esima edizione della Berlinale erano in concorso film diversi fra loro e provenienti da vari paesi. Molti però ruotano attorno a un nucleo tematico che riflette sulla nostra contemporaneità. Argomenti molto attuali che vanno dalla guerra, alla violenza, alla rappresentazione della donna. Fra questi film c’è 7 Days in Entebbe di José Padilha, regista brasiliano che nel 2008 vinse l’Orso d’oro con Tropa de Elite – Gli squadroni della morte e che ora è noto al grande pubblico per aver diretto e prodotto la serie tv Narcos. Con 7 Days in Entebbe Padilha torna al 1976 per raccontare un fatto storico: il dirottamento di un aereo Air France e la settimana seguente in cui un gruppo di terroristi – due palestinesi e due tedeschi – ha tenuto in ostaggio i passeggeri a Entebbe. Il film, che vede nel cast due attori noti come Daniel Brühl e Rosamund Pike, si sviluppa narrando contemporaneamente l’attacco terroristico, i tentativi diplomatici del governo israeliano per risolvere il problema e, con dei flashback, la vita dei terroristi prima del dirottamento. Si crea così un mosaico di personaggi che vengono attratti, con un movimento centrifugo, in un unico momento e in un unico luogo, Entebbe. Grazie ad un sapiente uso del montaggio alternato 7 Days in Entebbe si sposta da una situazione all’altra e cerca di dare profondità ai personaggi e alle loro motivazioni (in particolare a quelle dei terroristi). Pedilha sfrutta un fatto reale per riflettere sul nostro mondo in conflitto e sulla violenza che spesso prevale sulla diplomazia.

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Anche Transit prende spunto dalla realtà e lo fa in modo molto interessante. Il film, diretto dal regista tedesco Christian Petzold, è tratto dal romanzo omonimo scritto da Anna Seghers nel 1944, periodo drammatico per l’Europa. La storia è quella di Georg, interpretato da Franz Rogowski, un tedesco che scappa a Marsiglia dove spera di poter ottenere un visto di transito per l’America e ricominciare una nuova vita lontano dalla guerra. L’operazione del regista è quella di mantenere la storia di base ambientandola però ai giorni nostri, creando così un cortocircuito sorprendente fra passato e presente, un tempo sospeso che genera un forte effetto straniante nello spettatore. E mentre il romanzo originale parla di un’Europa devastata dal conflitto mondiale, il film di Petzold adatta i temi del libro e li sovrappone ai problemi contemporanei. Infatti, parole come migranti e rifugiati sono all’ordine del giorno e Transit è un film che ripercorre la storia passata per analizzare il mondo in cui viviamo, un immenso spazio di transito, un flusso continuo ed eterno dove si incontrano, scontrano e intrecciano i cammini di molte vite.

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Altri argomenti attuali e caldi riguardano la figura della donna. Due film in particolare provano a dare una loro interpretazione della rappresentazione femminile nel cinema. Da una parte Damsel dei fratelli Zellner usa il genere western e l’ironia per dare spazio a una donna forte e combattiva, interpretata da una convincente Mia Wasikowska. I fratelli Zellner ribaltano le carte con le armi della parodia: perché se è vero che il western è un genere fortemente maschile e piuttosto serio, Damsel è invece una storia grottesca in cui i cowboy sono degli idioti e il personaggio femminile è il vero eroe del film, una non convenzionale “damsel in distress” che tuttavia non ha nessun bisogno di essere né protetta né salvata.

Mia Wasikowska and Robert Pattinson appear in Damsel by David Zellner and Nathan Zellner, an official selection of the Premieres program at the 2018 Sundance Film Festival. Courtesy of Sundance Institute | photo by Adam Stone. All photos are copyrighted and may be used by press only for the purpose of news or editorial coverage of Sundance Institute programs. Photos must be accompanied by a credit to the photographer and/or 'Courtesy of Sundance Institute.' Unauthorized use, alteration, reproduction or sale of logos and/or photos is strictly prohibited.

L’universo femminile viene esplorato nuovamente nel film Las herederas del regista paraguayano Marcelo Martinessi. Chela e Chiquita sono una coppia che convive da molto tempo e ormai la loro relazione si è trasformata in abitudine e ripetizione. Ma quando Chiquita viene mandata in prigione per debiti, Chela, rimasta sola in una grande casa, inizia a riscoprire se stessa e i suoi desideri, grazie soprattutto all’incontro con Angy, una ragazza affascinante e più giovane di lei. Las herederas non è particolarmente originale e a tratti risulta piuttosto ripetitivo, ma quello che convince del film è l’indagine profonda del personaggio di Chela, interpretata da Ana Brun, premiata con l’Orso d’oro come miglior attrice. Chela, discendente di una famiglia facoltosa, vive ora in una situazione di decadimento, infatti è costretta a vendere i mobili e le suppellettili della sua bella casa. Il degrado materiale della sua abitazione corrisponde a quello interiore: la casa vuota rappresenta lo svuotamento interiore di Chela, una donna riservata e stanca in cerca di una scintilla di passione che riaccenda la propria vita.

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Dalla Storia all’esplorazione dell’animo femminile, questi film, ognuno con il proprio stile e tono, prendono spunto da un tema contemporaneo per costruirne attorno una narrazione che porti lo spettatore a riflettere sul presente. Forse anche a questo servono i festival, a tenersi aggiornati sull’attualità attraverso quella forma magica di immagini in movimento e suono che è la Settima Arte. E spesso il cinema racconta il nostro mondo meglio di un telegiornale.