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L’ora più buia

Gary Oldman: oltre la ricostruzione mimetica e filologica del personaggio

Dopo una grandissima carriera trascorsa davanti e dietro la macchina da presa, l’attore inglese Gary Oldman vede premiato il suo lavoro con l’assegnazione di un Oscar grazie all’interpretazione del premier britannico Winston Churchill nel lungometraggio L’ora più buia (The darkest hour, 2017) di Joe Wright. Oldman vanta una capacità d’interpretazione che travalica la mera ricostruzione mimetica e filologica del personaggio e il raggiungimento di quest’acme nel suo lavoro di attore trova conferma nella variegata moltitudine di ruoli su cui si è trovato a lavorare.

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Basti pensare alle interpretazioni fortemente teatralizzate e basate su opere letterarie come Dracula di Bram Stoker (F.F.Coppola, 1992), Rosencratz e Guildestern sono morti (T. Stoppard, 2000) o La lettera scarlatta (R.Joffè, 1995), sino a ruoli digitalmente/fisicamente deformanti come A Christmas Carol (R.Zemeckis, 2009) o Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie (M.Reeves, 2014) o personaggi ispirati a uomini realmente esistiti come il Lee Harvey Oswald in JFK – Un caso ancora aperto (O.Stone, 1991) e Sid Vicious di Sid & Nancy (A.Cox, 1986). Nel caso de L’ora più buia, Gary Oldman si ritrova a far confluire in un’unica performance tutte queste sfaccettature: la figura di Churchill porta con sé un bagaglio storico-politico preponderante, una fisicità che lo ha reso largamente noto per tutta l’Oltremanica e un comportamento caratterizzato da un eloquio fine e sprezzante.

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Oldman si appropria di tutte queste peculiarità a partire dalla pesante fisicità che lo coadiuva nel tratto forse più difficile nell’affresco di un uomo complesso come Churchill: il suo mumbling, il continuo e divertente bofonchiare che caratterizza il primo ministro inglese. Il grammelot portato sullo schermo da Oldman è quindi sintomo della grande capacità mimetico-interpretativa dell’attore che risulta efficace per una trasposizione non solo fedele all’originale ma anche innovativa nel senso dell’invenzione di una personalità peculiare, di un vero e proprio personaggio. Joe Wright aiuta l’interprete nella costruzione di Winston Churchill costruendogli intorno un corollario personaggi tipico della scrittura teatrale, piccoli personaggi che fanno da specchio per il grande personaggio, il primo attore che spiega se stesso anche grazie alle parole degli altri.

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Perciò, in questo gioco di scambi e rimandi, Gary Oldman trova una forza e una verità personali nel meccanismo di rappresentazione di un uomo a sua volta inserito in un complesso meccanismo politico, solista sulla scena mondiale, detentore del mantenimento della stabilità in un’epoca impastata di «sangue, fatica, lacrime e sudore». Investito di un incarico enorme, Il Churchill di Oldman si muove nella contrapposizione vita privata/vita politica appoggiandosi ai propri oggetti feticcio – il whiskey, i sigari, i cappelli diversi per ogni occasione – senza però rimanerne incatenato: Churchill non vive solo nella Storia ma respira al ritmo di un uomo messo alle strette dai propri doveri, tanto desiderati quanto temuti.

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I suoi riti, i suoi difetti e le sue particolari fissazioni – mai usare lo spazio singolo con la macchina da scrivere! – risaltano l’umanità di un essere poliedrico e calcolatore, sposato alla propria battaglia sociale. Oldman si ritrova così in una “performance nella performance”, vestendo i panni di un politico che, per la maggior parte della sua esistenza, si ritrova in un grandissimo show mediatico, perennemente giudicato da sostenitori, detrattori e da tutta l’Inghilterra. In questo contesto, l’interpretazione del protagonista di La talpa (T.Alfredson, 2011) – per cui Oldman aveva già ricevuto una nomination come Miglior Attore Protagonista agli Oscar del 2012 – si inscrive in una prospettiva storica contemporanea che vede sempre più apprezzate e premiate le interpretazioni contenute nei biopic film e basate su personalità politiche importanti. Uno degli esempi più recenti è l’Oscar consegnato a Colin Firth per il ruolo del Re Giorgio VI ne Il discorso del re (T.Hooper, 2010) che, ironia della sorte, lega i personaggi e gli interpreti nella stessa narrazione storica. «Oldman is a chameleon playing a chameleon» per usare le parole di Geoffrey Macnab sull’Indipendent, un interprete che ha saputo cogliere le possibilità dell’immedesimazione duplicandone letteralmente l’effetto sullo schermo.