leatherface 2017

Leatherface – Alexandre Bustillo, Julien Maury

C’era davvero bisogno di un altro film su Faccia di cuoio?

L’invasione del riciclo continua. In mezzo ai reboot, prequel, sequel, remake è difficile scovare buoni film che trattano una materia non originale. Così, davanti alla locandina di Leatherface, ottavo film del franchise Non aprite quella porta, il naso inizia a storcersi e sorge spontanea la domanda “c’era davvero bisogno di un altro film su Faccia di cuoio?”. Poi però il nome dei registi apre uno spiraglio di speranza: Julien Maury e Alexandre Bustillo, duo francese che ha diretto gli horror À l’intérieur (2007) e Aux yeux des vivants (2014) molto apprezzati in patria. Maury e Bustillo vengono inoltre associati a quella che viene definita New French Extremity, una nuova ondata di film horror usciti all’inizio degli anni 2000, di cui il più famoso e controverso è Martyrs (2008) di Pascal Laugier.

Forse, dunque, c’è qualcosa di buono in questo Leatherface. In effetti, si tratta di un film che, nonostante lavori su una materia giù usata più volte, cerca comunque un suo stile, introducendo qualche elemento interessante. La storia racconta l’origine di uno dei serial killer più famosi del cinema, ovvero Leatherface (o Faccia di cuoio, se si preferisce la traduzione nostrana). Il film inizia quando il futuro maniaco omicida è bambino e, dal momento che vive in una famiglia di pazzi cannibali, viene trasferito in un ospedale psichiatrico che dovrebbe correggere i giovani deviati. La storia si sposta a dieci anni dopo, quando alcuni dei ragazzi dell’ospedale riescono a fuggire, portando con loro la nuova e giovane infermiera Lizzy (Vanessa Grasse). Fra i quattro fuggiaschi c’è anche il futuro Leatherface, di cui viene rivelata l’identità solo verso il finale.

L’idea di non svelare subito chi dei ragazzi sia Faccia di cuoio è sicuramente interessante. Tuttavia, l’espediente riesce solo a metà: anche uno spettatore non particolarmente esperto riuscirebbe a individuare il personaggio che diventerà l’assassino con la motosega. Leatherface però prova a mescolare elementi diversi per mantenere l’attenzione: ovviamente è uno splatter, ma è anche un road movie ed è un film che tenta di approfondire psicologicamente il personaggio che si nasconde dietro la maschera di pelle umana.

Anche nell’originale Non aprite quella porta del recentemente scomparso Tobe Hooper (che compare fra i produttori esecutivi di questo prequel) Leatherface aveva una sua psicologia, era carnefice ma era anche vittima di una famiglia degenerata che lo obbligava a uccidere le vittime prescelte. In Leatherface l’intento è proprio quello di andare all’origine di quella frattura nell’animo del personaggio, causata in particolare dalla matriarca della famiglia Sawyer (Lili Taylor), assente nel film del 1974. A ben vedere, la volontà di andare all’origine del trauma non è troppo diversa da quella che sta dietro a molti film di supereroi, per esempio Batman Begins di Christopher Nolan o la nuova trilogia degli X-Men. Fa tutto parte della grande operazione di recupero di idee che da qualche anno ha preso sempre più piede nell’universo cinema.

Leatherface cerca di distinguersi da questo mare magnum del riciclo. In parte ci riesce, grazie alla regia del duo francese e a una storia abbastanza coinvolgente, in parte rimane per forza legato a una traccia già esistente, per cui sono necessari riferimenti e strizzate d’occhio agli altri capitoli della saga, specialmente a quello di Hooper. Un buon film horror, ma se dovessimo tornare alla domanda di partenza, la risposta sarebbe comunque negativa.