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La prima notte del giudizio

Il prequel delle celebre serie cinematografica che getta luce sulla nascita del perverso meccanismo dello Sfogo

Nel 2013 i produttori Michael Bay e il lungimirante Jason Blum confezionano, grazie alla direzione di James DeMonaco, un piccolo horror-thriller di nome La notte del giudizio (The purge in originale, letteralmente “la purificazione” ma reso in italiano con “lo sfogo”), diretto, efficace e politico; solido e chiaro negli intenti e teso nella sceneggiatura. I due successivi sequel – Anarchia (2014) ed Election year (2016) – mantengono il mood ma allargano gli scenari: l’azione si svolge sulle strade alla mercé dei criminali in giro e si getta uno sguardo sulla natura morale dei promotori dello Sfogo annuale.

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Nonostante oggi la dinamica del blockbuster o dell’horror di successo imponga, dopo uno o più seguiti, l’approfondimento di ciò che ha iniziato il tutto, non si sentiva il bisogno di questo prequel La prima notte del giudizio (2018). Questo sostanzialmente perché la nascita del perverso meccanismo di ristabilimento socio-economico viene già debitamente chiarita negli episodi precedenti e il focus sul fatto non aggiunge quel risvolto narrativo sconvolgente che dovrebbe essere prerogativa dei prequel. Viene infatti descritto come gli aderenti allo Sfogo vengano reclutati da alcuni psicologi e pagati per farne parte; le “cavie” sono quindi monitorate attraverso un localizzatore e, tramite speciali lenti a contatto, rese veicolo di ciò che vedono per i promotori, ossia i Nuovi Padri Fondatori, partito politico estremista neo-eletto alle elezioni. Su questo sfondo ruota la lotta alla sopravvivenza di un ragazzino che partecipa allo Sfogo per vendicarsi di un torto subìto, di sua sorella attivista e pacifista che tenta di salvarlo e di un gangster, ex della ragazza, che usa i modi di strada per affrontare la notte e proteggere i due.

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L’impianto dell’azione somiglia molto al secondo episodio, in cui le strade di Staten Island sono teatro di guerra, c’è qualcuno da proteggere e c’è un eroe. Esce un po’ dal binario del realismo il gangster armato di tutto punto che fa strage di delinquenti ed è “immortale”; di John McLane ce n’è uno solo. La tendenza verso l’azione spettacolare – che comunque non brilla per originalità – toglie spazio alla descrizione visiva dell’orrore della trasformazione delle persone in macchine di morte, prede di un’euforia malvagia e psicotica, che è stata efficacemente messa in scena nei precedenti episodi da DeMonaco (qui in veste di solo sceneggiatore, il regista è Gerard McMurray). A questo proposito poteva essere interessante rallentare la velocità in favore di una digressione sui modi e le ragioni per cui la gente si trasforma, indagando diverse razze, religioni, ceti sociali e mentalità; facendo leva su un malcontento generale dilagante nella società attuale che coinvolge la quasi totalità della popolazione.

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Di fatto, la critica socio-politica si attesta su una banale divisione tra la povertà e disagio dei neri (tutti protagonisti) e i bianchi, promotori dello Sfogo o mercenari. L’eccesso di zelo in questo senso prende forma, fra le altre cose, nell’emblematica quanto improbabile battuta di una giovane ragazza di colore che, rifugiata in una chiesa, afferma “c’è qualcosa che non va in questo mondo”.