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Stronger

Un film intenso e solido che evita le trappole della retorica e dell'impianto favolistico

Alla maratona di Boston del 2013 ci fu un attentato terroristico: alcuni morirono, molti altri rimasero gravemente feriti da due terribili esplosioni caricate con polvere da sparo, chiodi e pezzi di ferro. Uno spettatore di nome Jeff Bauman, che perse gli arti inferiori, finì subito sotto l’occhio dei media per aver fornito fondamentali indizi sugli attentatori e per la sua voglia di riprendere in mano la propria vita. Divenne quindi simbolo di resilienza per il popolo americano, che lo salutò come un eroe. Al termine del suo percorso riabilitativo fisico e psicologico, decise di raccontare in un libro la propria storia.

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Stronger – Io sono più forte (2017) è l’adattamento del romanzo di Bauman, diretto da David Gordon Green (che ai più non suonerà altisonante, ma dopo questo film forse qualcosa cambierà). Ci sono molte ragioni per cui questo film è intenso e “solido” – come da perfetta definizione dell’Hollywood Reporter – e convogliano sostanzialmente nella capacità di evitare molte insidie che questo tipo di biopic nasconde: la retorica pro-americana, la prevedibilità narrativa di un impianto favolistico, la “licenza cinematografica”  a scapito del reale; ma soprattutto, il melodramma. Innanzitutto l’intensità è assicurata in gran parte dalla performance straordinaria di Jake Gyllenhaal che, in veste anche di produttore, si cala nel ruolo con corpo, mente e anima. In secondo luogo, la sapiente regia di Green è attenta più al nascondere che al mostrare (specie quando a Jeff levano i bendaggi per la prima volta – in una bellissima inquadratura in cui lui e la ex fidanzata Erin si guardano per non vedere i monconi – oppure durante l’attentato, in cui vediamo solo la ragazza di spalle che osserva la tragedia). Così facendo, la rappresentazione è pura empatia, le nostre paure vengono tradotte sullo schermo e noi siamo là dentro.

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Dopo la dimissione dall’ospedale, la narrazione osserva discretamente il quotidiano di Jeff, descrivendo dettagli che comprensibilmente fanno male ma senza mai incappare nella disperazione – mai si vede un momento di totale abbandono di alcun personaggio e questo serve un duplice scopo: da un lato risolleva il film da un’apnea melodrammatica potenzialmente irreversibile, dall’altro mantiene lo spirito di positività di cui la storia si deve nutrire. Perché ciò che veramente interessa raccontare a Gordon & Gyllenhaal sono le difficoltà della riabilitazione – fisica ma soprattutto psicologica. Riecheggiano le vicende di Ron Kovic in Nato il 4 luglio (1989) quando Jeff attraversa fasi distruttive e costruttive, persino goliardiche. Ciò che interessa loro è mostrare come la vittima dell’attentato terroristico Bauman si relaziona con le persone che gli stanno vicino (non sempre in senso buono): dal difficile rapporto con la madre alcolizzata che punta soprattutto alla sua notorietà, a quello con gli amici che lo fanno divertire con qualche rischio, fino a quello con la sua ex ragazza (che tornerà con lui per la quarta volta) che gli sta vicino in tutto e per tutto. Vediamo, sentiamo, percepiamo i suoi tormenti, la sua voglia disperata di stare solo e contemporaneamente di compagnia (in scene di crudi litigi e dolce sensibilità degna dell’Haneke di Amour, 2012), i suoi fantasmi e i suoi sogni.

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Già, i suoi sogni. Anche questi rendono qualcuno “più forte”, in particolare se si hanno meno possibilità degli altri. Il suo sogno di vivere una vita normale è costantemente minacciato da un percorso riabilitativo fisico infinito e da una mente fragilissima. Il film mostra in definitiva come Jeff riesce a districarsi in questa giungla esistenziale, suggerendo che quella forza deve provenire anche da chi gli sta intorno; ai quali la vita inevitabilmente cambierà, ma col risultato di cambiare la vita in meglio a chi ne ha davvero bisogno.