joe nicholas cage

Joe – David Gordon Green

Era il 2011 quando a Venezia arrivarono due film americani ambientati nel profondo Sud degli Stati Uniti, due thriller dall’atmosfera simile pur nella loro diversità, entrambi pervasi dalla stessa cieca violenza, dalla pura abiezione che ravvisavano in quell’America profonda, poco frequentata dalla Hollywood patinata, lontanissima dal senso comune delle rappresentazioni classiche, visitata più frequentemente nel cinema horror e non per caso (un titolo su tutti: Non aprite quella porta). Allora vedemmo il sublime Killer Joe di Friedkin e l’interessante quanto lontano dalla perfezione Le paludi della morte di Amy Canaan Mann. Oggi a distanza di due anni torna di nuovo in scena l’America dei rednecks con Joe di David Gordon Green e l’atteso Child of God di James Franco, tratto da un romanzo di uno dei massimi cantori di quest’America, Cormac McCarthy.

Nicolas Cage è Joe, un uomo sulla cinquantina che si mantiene con una piccola impresa di disboscazioni non esattamente legali. Un uomo forte, a volte violento, con seri problemi a tenere a bada la rabbia e ancor più seri con l’autorità. Un duro ma, in fondo, un giusto. Così quando conosce il giovane Gary, un ragazzino che ha avuto una mano sbagliata ai dadi della vita (padre crudele e alcolizzato, madre ignava, sorella autistica), lo prende sotto la sua ala protettiva, aiutandolo a crescere, trovandosi quasi suo malgrado a diventare qualcosa di simile a un padre.

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Una storia sbagliata di formazione e vendetta, di crudeltà e amore, di crescita e di sacrificio. Al centro giganteggia un Nicolas Cage che dà vita a un personaggio che ricorderemo a lungo, un uomo dalla scorza dura, un ricettacolo di difetti e di inadeguatezze che riesce, in un contesto di egoismo, ignoranza, crudeltà e sopraffazione a assurgere a un ruolo quasi (anti)eroico e a trasmettere un’educazione alla vita al giovane Gary che ne cambia il destino. Joe, come l’eroe eponimo, non è un film cupo né un film disperato, è illuminato da un’ironia di fondo preziosa che alleggerisce il peso di una vicenda che col passare dei minuti assume tinte sempre più fosche.

La regia di Green è abile nel mettersi al servizio della storia, in modo forse poco autoriale, molto americano in questo senso, ma perfettamente calibrato sul respiro di un racconto che procede con ritmo disteso, con un crescendo lento ma incalzante portando a un finale tragico quanto classicamente risolutivo, perfettamente in linea con le aspettative che lo spettatore si costruisce strada facendo. Ottimi infine il lavoro di Tim Orr alla fotografia e la prova del giovane Tye Sheridan, scoperto da Terrence Malick (che di David Gordon Green fu il primo produttore) per The Tree of Life.