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Philomena – Stephen Frears

Irrompe nel concorso principale la classe di Stephen Frears e di Judi Dench, con Philomena, che raccoglie l’applauso più caloroso e commosso sentito finora al Lido. Philomena (Dench) è una donna irlandese che vive a Londra e che per cinquant’anni ha tenuto nascosto il dramma della sua giovinezza, quando educanda in un collegio di suore le fu strappato e dato in adozione il figlio avuto da una relazionale occasionale e di cui negli anni non è riuscita a sapere più nulla. Per caso si interessa alla sua vicenda il giornalista dalla carriera politica appena stroncata Martin Sixmith (Steve Coogan) che l’aiuterà a ricostruire la vita del figlio perduto.

Frears si conferma ancora una volta un maestro riuscendo nell’impresa non facile di raccontare una storia (vera) melodrammatica, dalle tinte fosche e dalle molteplici implicazioni con brio, ironia, levità senza rinunciare alla partecipazione emozionale, senza paura di commuovere e subito dopo suscitare ghigni sarcastici o indignate proteste. Cuore del film è la perfetta calibratura, scrittura e direzione delle dinamiche suscitate dall’incontro tra la popolare, religiosa, naif Philomena e il giornalista upper class, oxfordiano, ateo e amareggiato Martin Sixmith: il duo si integra meravigliosamente, non collide davvero mai ma pian piano dosa le profondissime differenze e riesce nel finale a costruire un’empatia e una reciproca comprensione che si trasmette in maniera naturale allo spettatore. I due attori regalano interpretazioni perfette, scontata ma sempre rinnovata la grandezza di Judi Dench: una prova d’attrice sontuosa, in totale controllo di ogni tono emozionale, vivace e affilata, forte e commovente, ironica e pietosa.

A livello tematico il film va a toccare temi complessi e nervi scoperti. Il racconto dei soprusi, le violenze psicologiche, il retroterra di fondamentalismo e arretratezza culturale dell’Irlanda cattolica in cui la protagonista cresce e viene educata al senso di colpa – colpa che è quella di provare il sentimento più banale del mondo, l’amore – è lo stesso di Magdalene di Peter Mullan, qui Leone d’Oro nel 2002 e citato esplicitamente nel film, ed è la base dell’intreccio e la chiave interpretativa per capire il personaggio di Philomena. Ma il rinnovato atto di denuncia delle miserie del cattolicesimo non è l’univoca ragion d’essere di un’opera che ci parla della ricostruzione di una memoria condivisa abortita, dell’amore materno come nostalgia di una presenza, della tolleranza e del perdono, e che per questo è straordinaria.