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La mia vita con John F. Donovan

La prima opera del giovane regista in lingua inglese e con cast hollywoodiano

Nel corso della storia del cinema l’arrivo di un regista, europeo e non, a Hollywood è spesso considerata una promozione, una possibilità di ambire ad entrare nell’olimpo dei cineasti famosi a livello mondiale. Oltre ad avere a disposizione un budget maggiore, conta in particolar modo la presenza di attori celebri e conosciuti, che permettono dunque una maggiore diffusione e interesse per il film anche tra i meno cinefili. Esempi italiani come Stefano Sollima o Paolo Virzì (che in tempi recenti hanno rispettivamente girato Soldado e Ella & John) evidenziano queste importanti occasioni per gli artisti, che però, nel prender parte a questo processo di “americanizzazione”, rischiano di snaturare lo stile che li ha resi tali; Paolo Sorrentino ha fatto un passo falso, sia a livello di critica che di pubblico, con Youth, e, similmente, è accaduto a Xavier Dolan con La mia vita con John F. Donovan. La pellicola, di produzione canadese, è la prima opera del giovane regista in lingua inglese e con cast hollywoodiano e, dopo la presentazione al Toronto Film Festival nel 2018, si è rivelato un flop al botteghino e un’insuccesso per i critici.

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La sceneggiatura, scritta da Dolan stesso e Jacob Tierney, è ispirata al libro “Letters to a young poet” di Rainer Maria Rilke, e ad un episodio della vita del regista canadese. All’età di otto anni aveva infatti mandato una lettera al suo attore preferito, Leonardo DiCaprio, per congratularsi e chiedere di partecipare ad un suo futuro film, senza però ricevere alcuna risposta. Similarmente alla vicenda di Dolan, la trama del film si svolge attorno a due personaggi: il giovane Rupert Turner (Jacob Tremblay) e il suo idolo, la star John F. Donovan (Kit Harrington). Dieci anni dopo la morte prematura dell’attore, Rupert racconta ad una giornalista del loro rapporto, evolutosi in amicizia tramite uno scambio epistolare durato anni. La narrazione è divisa in due segmenti perlopiù separati; mentre il ragazzino, aspirante attore che soffre per il trasferimento in Inghilterra, voluto dalla madre Sam (Natalie Portman), cerca di convincere i compagni e gli insegnanti della veridicità delle lettere ricevute, Donovan ricade sempre più in una spirale di turbamenti e scandali, causati da una repressione del proprio carattere e della propria sessualità.

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Se Tremblay offre un’interpretazione di grande livello, lo stesso non si può dire di Harrington: la star di Game of Thrones funziona finchè il suo personaggio deve assurgere a figura metacinematografica (John F. Donovan è un attore televisivo, amato dai giovani perchè protagonista di serie tv teen fantasy, riprendendo in parte la reale carriera e successo di Harrington), ma non riesce a reggere la scena drammatica, in particolar modo se affiancato da comprimari come la madre e la manager, interpretati da Susan Sarandon e Kathy Bates. I temi suggeriti dalla pellicola, come la distruzione dei propri miti, che si rivela umani e fallibili, o anche la difficile scissione tra recitazione e reale personalità, similarmente al concetto pirandelliano di maschera, sono abbozzati e diluiti da una eccessiva lunghezza e confusione. L’unica componente apprezzabile è la ricerca della sessualità, dai rischi della repressione di essa alla liberazione e accettazione del proprio io, elementi però già affrontati in maniera più efficace da Dolan in Tom à la ferme.

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Le eccessive mancanze e pecche (tra cui la colonna sonora didascalica e ingombrante) rendono The Death and Life of John F. Donovan un prodotto altalenante, non privo di lati positivi, in particolar modo la bravura del giovane Tremblay e la sua alchimia attoriale con Natalie Portman. L’esperienza “americana”, vessata anche da problemi in fase di postproduzione, tali da rimuovere completamente un personaggio interpretato da Jessica Chastain, ha generato più critiche che lodi; non è certo un caso che il nuovo film di Dolan, Matthias & Maxine, ha visto un ritorno del regista alla lingua francese e ad un cast meno conosciuto, forse conscio di non esser stato in grado di restituire pienamente la propria autorialità in un contesto a lui lontano.