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Rolling Thunder Review – A Bob Dylan Story

Qualcosa di “mai visto” sulla musica (e sulla maschera) di uno dei protagonisti della cultura americana del Novecento.

America 1976, l’anno del Bicentenario. Un compleanno strano, di cui a buona parte della Nazione importa ben poco, celebrato mentre crisi economica e instabilità politica preparano il terreno alla grande disillusione degli anni ‘80. Bob Dylan, simulacro sbiadito della Contestazione, per anni lontano dai palcoscenici è tornato da poco alle esibizioni dal vivo, stavolta nelle vesti di gregario, insieme agli amici di The Band. E’ probabilmente quella esperienza, baciata da un incredibile successo di pubblico, a riaccendere in lui il desiderio di partire con una nuova tournée personale: Il Rolling Thunder Review. 22 date, lungo una insolita rotta nel nord-est del paese, da Plymouth, Massachussets fino al Madison Square Garden di New York. Uno spettacolo di varietà, un circo, una carovana gitana, una comune itinerante, una “commedia dell’arte”. A cui si unirono, tappa dopo tappa, amici e musicisti calamitati dalla forza magnetica di un songwriter tornato performer.

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Un film concerto, con lo straordinario materiale inedito girato durante il tour e magnificamente restaurato, preservandone il sapore originale. Un dietro le quinte caotico ed instabile, caleidoscopio di poesie e volti. Un mockumentary, dispositivo che per la prima volta Martin Scorsese si diverte a manipolare, facendo reagire il materiale d’archivio con interviste realizzate per l’occasione. Rolling Thunder Review – A Bob Dylan Story, atteso ritorno di Martin Scorsese sul pianeta Dylan, è tutto questo. Una “storia” a metà strada tra l’esperienza musicale immersiva di The Last Waltz e la narrazione documentaria di No Direction Home, tra il concerto, il “tempo” del film dove comunque la musica occupa lo spazio più importante, e il racconto di un pezzo di cultura americana. Ci sono Allen Ginsberg e Patti Smith, Sharon Stone e Joni Mitchell, Sam Shepard e Joan Baez in in questa time capsule che tenta di annullare la distanza siderale tra un tempo passato (di cui “non rimane niente, soltanto cenere”) e  il tempo presente (quello della distribuzione ai tempi di Netflix).

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Dubitare dello statuto di verità, soprattutto se applicato ad una figura complessa come quella di  Dylan, è cosa buona e giusta. Ce lo ricorda sornione, già nel titolo del film, Martin Scorsese. Che si diverte a spacciare pezzi di  Renaldo and Clara, pretenzioso film sperimentale realizzato da Dylan dopo il tour, per tranche de vie. Sabota le interviste con dosi massicce di fiction (splendido l’omaggio a Robert Altman e al suo quasi totalmente dimenticato in Italia Tanner ‘88). Inventa, tra queste, la figura di un falso regista, sedicente artefice di un film “da farsi”, all’epoca, sull’esperienza del tour. Molto era già stato scritto, detto, cantato su questo tour, che di fatto avrebbe lanciato Bob Dylan verso decenni  di ininterrotte esibizioni dal vivo: un bootleg di 2 dischi (il Bootleg Series Vol. 5: Bob Dylan Live 1975, The Rolling Thunder Revue), un racconto uscito dalla penna di Sam Shepard (il Rolling Thunder Logbook), un magnifico reportage fotografico di Ken Regan. Non rimaneva che l’illusione di poter aggiungere un nuovo pezzo di ragionevole comprensione ad un mito generato, per nostra fortuna, dal genio e dal caos.  Il (grande) cinema, luogo per eccellenza dove se la leggenda diventa realtà vince la leggenda, non poteva stare a guardare.