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I Have To Buy New Shoes – Kitagawa Eriko

Abbiamo visto il classico di Vincente Minnelli Un americano a Parigi; è giunta l’ora di vedere “Un giapponese a Parigi”. In realtà sono due: un fotografo in viaggio a Parigi (quasi) si innamora di una compatriota, leggermente più anziana di lui, che vive là; più altri due giapponesi giovanissimi che il film utilizza accortamente come rispecchiamento. Perché I Have to Buy New Shoes, scritto e diretto dalla sceneggiatrice Kitagawa Eriko, è un film accuratamente bilanciato: due stati di insoddisfazione esistenziale nei due protagonisti, due stati di balordaggine adolescenziale nelle due figure di contorno.

Fra i migliori visti a Udine al Far East Film 2013, è un film intimista, maturo e sorprendentemente piacevole, sottilmente malinconico (più che del trionfale Minnelli ha qualcosa di Breve incontro, ma su un registro molto meno cupo), che produce nello spettatore un sentimento di simpatia naturale. Con dialoghi ed episodi di incantevole naturalezza, sorretto da un montaggio netto e preciso, ha una vera delicatezza nel suo modo di esprimere, restando nell’implicito, i sentimenti. Per inciso, la musica è di Ryuichi Sakamoto.

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E’ uno studio di psicologie ben delineate: dalla memorabile figura di questa giornalista giapponese in esilio volontario a Parigi, che fa i conti con orribili memorie, al fotografo di successo che è il classico tipo da “un passo avanti e uno indietro” in amore e nella vita. Del resto tutti i maschi, in questo film femminile, sono esperti nell’arte della fuga -– e lo esprimono con la stessa espressione: “Sorry”. Si parla molto di “aggiustare” nel film: in primo luogo un tacco rotto, ma soprattutto un’insoddisfazione che rode. Da un quadro di fallimento esistenziale il film arriva a una soluzione di rinnovamento e rinascita (I Have to Buy New Shoes assume un evidente valore di metafora), anche se rifiuta l’improbabilità di una conclusione romantica hollywoodiana.

E’ un film di viaggio che non ignora, naturalmente, quell’aspetto di richiamo spettacolare che possiamo definire “turistico”, ma molto ben inserito nella storia – e sicuramente la Parigi di Kitagawa Eriko è più bella di quella di Woody Allen.

Grazie


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