bilocation

Bilocation – Asato Mari

Nei mondi del thriller alla Hitchcock o del fanta-horror alla Lovecraft, la realtà è una pellicola fragile. Basta un niente per lacerarla, e allora ci accorgiamo terrificati che il mondo non è affatto quello che credevamo. Così accade alla protagonista Shinobu in Bilocation, film giapponese di Mari Asato presentato a Udine al Far East Film Festival 2014: un horror metafisico bello e molto triste, influenzato da Kurosawa Kiyoshi (e per quanto riguarda la scenografia, anche un po’ da David Lynch), che introduce una nuova variante nella ricchissima mitologia cinematografica del “doppio”. In ciò raggiunge autentici momenti di suspense, anche se, come mostra lo sviluppo conclusivo, non è tanto il brivido il suo intento di fondo quanto una riflessione sul desiderio e l’identità. La trama è complicata ma l’idea di base è semplice. A nostra insaputa, per alcuni di noi esistono le “bilocazioni”: ovvero nostre copie perfette, che sono l’incarnazione delle nostre emozioni represse e vorrebbero eliminarci per sostituirsi a noi.

Il film contiene, come una matrioska russa, un concetto nascosto all’interno di un altro. Il primo, horror, si attiva nella costruzione; il secondo, fantasy-mélo, nella conclusione. Questo doppio meccanismo non è perfettamente calibrato; forse il primo momento (che qui chiamo della costruzione) è un po’ troppo lungo. Inoltre la sceneggiatura, pur intelligente, contiene almeno un buco logico: quando il poliziotto Kano e il suo doppio si battono, e gli astanti non sanno a chi sparare, è possibile che non pensino a tirar fuori lo specchietto (le bilocazioni non si riflettono, come i vampiri) per vedere chi è quello vero? Naturale che alla fine sparino a quello sbagliato.

Altre apparenti falle logiche (relative allo strano comportamento del “controllore” Iizuma) si rivelano però razionali nello svolgimento, per cui il film risulta pienamente soddisfacente. Anche per merito dei buoni interpreti; fra i quali va citato, oltre alla protagonista Mikuzawa Asami, Takito Kenichi (Kano), perché riesce a rendere un personaggio estremo in modo estremo – restando nel contempo credibile e perfino umano.