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I Cani live @ Magazzini Generali, Milano – 12/12/13

Cronaca di un rito subculturale

Avevo assistito una volta sola a un rito subculturale. Era il 2005, a Manchester, concerto degli Oasis, sebbene al tramonto di quell’era che chiamavano Cool Britannia, comunque in grado di scatenare un’incredibile empatia e identificazione (sociale, culturale, emotiva) con il loro pubblico, che mai avrei rivisto altrove.

Ieri sera, Milano, concerto dei Cani, ho rivisto tratti simili (con le dovute proporzioni, chiaro) per intensità di empatia e identificazione con le canzoni tra il pubblico e il timido Niccolò, “che teme il successo ma soprattutto l’insuccesso”, e un po’ si vede. Anche se poi, più passa il tempo e più quella timidezza da palco si scioglie, liberandone l’istinto. E quella folla che lo cerca mentre lui si ritrae, alla fine l’abbraccia.

Ieri sera i Cani, “la risposta romana agli One Direction” (cit.) cantavano di fronte ad un pubblico che non sarà quello di Roma Nord, ma era comunque speciale: la Milano hipster che lui racconta e deride, e che di lui ha fatto oggetto di culto nella nicchia. Questo ha reso il concerto una sorta di rito pagano, dove il pogo e la movimentata scaletta si mescolavano alle parole che scrive Niccolò, cantate a squarciagola dalla folla che ha affollato i Magazzini Generali in ogni ordine di posto. Parole che ben raccontano la platea che aveva davanti, meglio di chiunque altro oggi.

Ero arrivato con un pizzico di scetticismo, pensando in partenza che le canzoni del nuovo album fossero un tentativo apprezzabile ma rischioso di andare verso una musica più raffinata, per un artista il cui pubblico è “esploso” attraverso racconti di storie di vita reale tipo Le Coppie, Velleità, e Post Punk (geniale qui lo sfondo proiettato con la copertina di Unknown Pleasures dei Joy Division che va a ritmo di cassa). Me ne vado, invece, stupito e colpito da quanto le canzoni del nuovo album, Glamour abbiano fatto presa sulle persone attorno a me.

In fondo dovevo aspettarmelo, ché Milano è quella città dove sentirsi “diversi creativi speciali, tutto tranne normali” è ancora in un certo senso possibile, per quelli cui “piacciono i dischi, le foto, i registi, i marchingegni alla moda, le muse, gli artisti, Piero Ciampi, Bianciardi, Notorius BIG, Pasolini e Jay-Z”. Generazione precaria, che quando dici concorsi pensa al Premio Tenco, non ”concorsi tipo il ministero”.

Dovrei stare a dirvi del concerto. È vero. Ma non c’è poi molto che il mio valido collega Riccardo non vi abbia già detto a proposito del concerto di Torino. Provo a dirvi altro. Penso che Niccolò canti una generazione come forse nessuno da molto, molto tempo. Una radiografia sociale di un mondo, come fu quella della provincia fatta dai primi 883 all’inizio dei Novanta, che qui si mescola e prende forma dentro questa subcultura strana, gli hipster appunto, dai connotati sfumati e a volte contraddittori. Questo successo, questo odi et amo verso I Cani, sta tutto qui, mi dico. Così ripenso ai Baustelle di Un Romantico A Milano, e allora ritrovo Piero Manzoni, insieme a Bianciardi come fil rouge dentro a quella Milano alternativa che entrambi, Bianconi e Contessa, in un certo senso perculano. Bianciardi e Manzoni, Contessa e Bianconi. Il territorio culturale di questa musica.

Concludendo, ho avuto la sensazione di essere di fronte a uno di quegli eventi che ricorderò fra qualche anno, a suo modo. Eventi rari come il talento di Niccolò, che anche questa volta (e io che non pensavo) si è sintonizzato perfettamente sulla lunghezza d’onda della sua gente. Per di più, a dare un’occhiata alle presenze nel parterre, viene da pensare che molto presto ce lo ritroveremo mainstream.

“Vedi Niccolò, la gente non è il mestiere che fa, o i vestiti che porta, le scarpe che mette, la roba che ha. E per questo non mi riconosco in questa società, per me contano i dischi, i bagni nel mare, l’umanità.”