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I Cani live w/special guest Calcutta @ Alcatraz (MI)

Andare ad un concerto de I Cani, passata una certa età, diciamo i venti ma pensiamo di più ai diciotto è un po' come rivedere una/o propria/o ex a una festa. Magari con lei hai vissuto una grande storia, fatto le tue, prime e imberbi, esperienze, insomma vissuto intensamente quella parte particolare di vita insieme, però tu questo non lo vuoi ammettere, quando la rivedi: ti senti cambiato dal ragazzo/a che eri e provi un senso di spiccata ripicca verso lui/lei.

E così quando esce un nuovo disco di Niccolò Contessa ecco che partono i peana: “No, non è più quello di prima, i tempi sono cambiati, i testi hanno perso mordente”. Poi, quasi all'improvviso succede: sei lì il più vecchio tra la folla che ha reso l'Alcatraz di Milano, domenica 21 febbraio, una bolgia infernale, e ti ritrovi a non fare più a meno di muovere i tuoi piedi al ritmo delle tastiere sintetiche di Protobodhisattva, scuotere il tuo bacino al ritmo, copiato finché si vuole, del basso di Non finirà oppure ritrovarsi a cantare, all'unisono con ragazze e ragazzi in età poco più che puberale, il testo di Sparire, con tanto di eclisse lunare dietro il palco che fa venire i lacrimoni.

Perché è proprio grazie all'imperfezione, grande, grandissima, con la quale Contessa e soci affrontano certi pezzi (il singolo-killer Baby Soldato è sembrato una brutta copia registrato sotto forma di midi-file) che si amano I Cani: perché sono proprio come noi, infelici, frustrati, sbagliati in fondo, ”La nostra niente affatto fotogenica felicità/ sciocca, ridicola, patetica, mediocre,/ inadeguata, inadeguata. E quindi è sembrata perfetta, al di là di una certa sintonia di interessi e di attitudine, l'accoppiata con Calcutta che ha aperto lo show visibilmente emozionato/imbarazzato. E quando si tratta di emozione ed imbarazzo, chi meglio di Niccolò Contessa lo può raccontare, no?

I pezzi del nuovo album funzionano bene, quasi sempre bene, alla prova del palco anche grazie a soluzioni grafiche sullo schermo dietro alla band che servivano da “commento” alle canzoni (come scordarsi del “Buddha gigante” che neppure nella ristampa Adelphi di Siddharta si sarebbe potuto vedere). Quelli vecchi “girano” a volte un po' meno, a volte molto di più. E mi sto riferendo a quei momenti, intimi, quasi da jazz-club direi se questo non suonasse come un'imprecazione ai migliaia di “Blue Note” sparsi per il mondo, nei quali Contessa, piano alla mano, reinterpreta alcuni di questi “pezzi vecchi” dandogli una nuova veste.

Una per tutte Le coppie: ieri un pezzo veloce e irresistibile, oggi una ballad dolceamara e disincantata. Osservando le reazioni del pubblico, anche di quello degli addetti ai lavori, dall'amico/sodale Matteo Bordone, al “nuovo adepto” Nicola Savino, passando per a mezzo “quartier generale” di Garrincha Dischi sino a Dente ed al “buro” Tommaso Paradiso anche questa volta Contessa ce l'ha fatta e “ci ha imposto” il suo personalissimo universo. E se è vero allora, come da antico assioma, che “il primo amore non si scorda mai”, non dobbiamo essere troppo severi con i nostri ex: come le comete, anche loro hanno attraversato il cielo della nostra esistenza. Quindi mettiamoci comodi, stendiamo una coperta sull'erba fresca e godiamoci le stelle.