Foto di scena ©Manuela Giusto

Lourdes, o della fede nel peccato

L'ironia cattolica di Cosentino e Ricci

Nel nome del Senso di colpa, del Pentimento e dell’Espiazione. Amen.
Non è forse questa la vera trinità che si staglia sull’esistenza dei cattolici (più o meno) praticanti?
Con Lourdes – spettacolo liberamente tratto dall’opera di Rosa Matteucci (Adelphi, 1998)  – Andrea Cosentino e Luca Ricci (adattamento e regia) vanno in cerca di risposte.

In scena, rannicchiata sulla propria conversione, c’è Maria: un’esistenza di provincia, una donna che cela dietro l’apparente semplicità vernacolare un disperato desiderio di reagire al dolore. Il dolore della perdita, il dolore della rinuncia, il dolore della negazione. Così, mentre Cosentino si veste delle intenzioni di Maria, si scopre che la donna ha un piano preciso per poter rivolgere direttamente all’Onnipotente una sola ma fondamentale domanda: “Embè?”

Per effetto del canonico sacrificio a priori che s’impone a chi voglia elevarsi a (qualunque) Dio, Maria arruola il suo dolore nell’esercito delle dame di carità che accompagnano i pellegrinaggi a Lourdes.  Inizia così il viaggio verso la santissima meta, classica metafora di evoluzione e trasformazione, che si consuma insieme alla sfilata di umanità popolar-grottesche dei pellegrini d’occasione: una carrellata di piccole ipocrisie in cerca, ognuna, del proprio miracolo. Mentre Andrea Cosentino balza da un personaggio all’altro con l’agilità della voce e l’equilibrio della parola, diventa sempre più chiaro che esiste un’unica preghiera di guarigione che raccoglie tutti, storpi nel corpo, quanto ammalati nello spirito. Maria, le vecchie diabetiche e smutandate, il bel sordo-muto e tutti i passeggeri di questa carovana sulla via (che fu) di Damasco sono alla ricerca di uno sconto sull’imposta al dolore aggiunto che grava già sul costo ben alto della vita terrena.

Lourdes è un dispositivo drammaturgico che funziona – volutamente – come la fede della domenica: a intermittenza; la vis ironica di Cosentino si affievolisce solo quando le musiche di Danila Massimi invadono il campo della parola, ora con solennità clericale, ora come contrappunto etnico; il ritmo della narrazione però, pur frammentandosi tra dialogo e monologo, tra racconto in prima e terza persona, riesce a fare di queste dissolvenze una forza.

Cosentino e Ricci tracciano una linea di azione circolare ma frastagliata che alla fine riconduce al punto di partenza: avere fede vuol dire obbedire, accettare il dolore e annullare l’esistenza nell’angoscia del peccato? Probabilmente no. Eppure a tutti, anche ai più atei, capita di aver bisogno di una immaginetta da simulacro a cui poter sputare in faccia il proprio “Embè?”.

Letture consigliate:
• Not here, not now: Marina Abramović secondo Cosentino, di Giacomo Lamborizio
• Angelica, o la morte al lavoro – Andrea Cosentino, di Giacomo Lamborizio

Ascolto consigliato

Teatro dell’Orologio, Roma – 19 febbraio 2016