faber in sardegna

Faber in Sardegna – Gianfranco Cabiddu

Un legame speciale e delicato quello che stringe una madre, la Sardegna, a un figlio adottivo, Fabrizio De André. In fondo, ogni essere umano è in qualche modo adottato dalla terra in cui vive, ma pochi riescono a rispettare quel vincolo sacro, assorbendo gli umori ed ereditandone i ritmi vitali, come il cantautore genovese fece con l’isola della sughera e del cisto.

Gianfranco Cabiddu prova a raccontare quel rapporto, quel dare e avere che non ha cessato di essere, nemmeno dopo la morte del trovatore ligure: Faber in Sardegna è più di un documentario, si tratta di una sorta di cittadinanza riconosciuta postuma, a chi ha reso per ventotto anni un omaggio discreto e onesto, a una comunità speciale fatta di contadini e pastori, cacciatori e pescatori di esistenza.

Ritornare alla terra; isolarsi (è proprio il caso di dirlo) da quel mondo patinato e politicizzato che lo stava risucchiando mentre lo sfamava; smettere di cantare, per riscoprire i profumi inalati da bambino, quando le estati in campagna erano il tempo di una scoperta di libertà quasi spirituale. Furono questi i motivi che spinsero De André, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, a cercare una tenuta in cui poter avviare un’attività da coltivatore e allevatore: “Agnata”, “Donna Maria” e “Tanca Longa”, questi i nomi delle terre a 15 km da Tempio Pausania, che Paolo Casu individuò su mandato del “Prof. De André”, il padre di Fabrizio e dove si realizzò quell’utopia, quell’idea folle, come la definisce Renzo Piano, amico di “faber”, intervistato per l’occasione da Cabiddu.

Non c’era niente, solo arbusti, stradine sconnesse, una costruzione dismessa (uno stazio, si dice in Sardegna) e una bellezza selvaggia: Gianfranco Cabiddu racconta, attraverso una fotografia efficace, il fascino di quei luoghi sperduti, a cui De André diede nuova vita, fino a trasformarli in un’azienda agricola in piena regola; studiava da coltivatore “ostinato e contario”, quando s’incaponiva con i peperoni e le melanzane che non volevano saperne di crescere; comprò bestiame e attese con trepidazione paterna le nascite dei primi vitelli, come ricorda il fattore che ancora oggi, rispettando un patto sanguigno, cura la tenuta.

Solo due cose andarono storte: De André non poté smettere di cantare (fortunatamente), perché l’attività era molto costosa e poi, il 28 agosto 1979, il rapimento. Una prigionia di quasi quattro mesi, una villeggiatura forzata in quell’ “Hotel Supramonte” per il cantautore e Dori Ghezzi, che dopo la liberazione compresero le ragioni dei rapitori, condannando invece i mandanti, i poteri forti. Qui Cabiddu commette un’infrazione: pur raccogliendo puntualmente le testimonianze dirette del parroco e dei pastori-amici che condussero la trattativa, sembra più un’esigenza da pettegolezzo morboso a muovere il resoconto della somma versata dalla famiglia De André per il riscatto; per di più viene omesso quanto dichiarato da De André dopo la liberazione: «questa gente vede arrivare i nostri macchinoni nella loro terra e pensa “Perché a loro sì e a noi no?”».

Insomma, una difesa a oltranza del cantautore nei confronti di quella terra di cui aveva imparato la lingua (il gallurese dei brani Monti di mola e Zirichitaggia), le tradizioni e il folklore, partecipando attivamente alla vita della comunità. Non solo. Le vessazioni di cui il popolo sardo porta ancora le cicatrici, finirono per diventare la metafora dello sterminio degli indiani d’America, che De André raccontò nell’album L’Indiano (in origine solo Fabrizio De André), dove tra l’altro sono riconoscibili i “suoni” in presa diretta della Sardegna, dei pastori e dei cacciatori.

Il documentario, prodotto da Clipper Media e Rai Cinema, intreccia il racconto, ai tributi musicali del Festival “Time in Jazz” di Berchidda, che all’Agnata organizza concerti a cui hanno preso parte moltissimi artisti: da Paolo Fresu a Danilo Rea, da Rita Marcotulli a Maria Pia De Vito, da Morgan a Ornella Vanoni fino a Teresa De Sio e Lella Costa. Ovviamente non è mancato il sostegno di Dori Ghezzi e Cristiano De André che, presenti all’anteprima romana come rappresentati della Fondazione De André Onlus, hanno raccolto con partecipazione l’omaggio musicale che Paolo Fresu, Rita Marcotulli e Maria Pia De Vito hanno regalato alla fine della proiezione.

Dunque da Gennaio nelle sale si potrà godere di questo piccolo omaggio a un rapporto speciale, quello di un uomo con una terra tutta da raccontare.

«Grazie al cielo ho una bocca per bere e non è facile / grazie a te ho una barca da scrivere ho un treno da perdere / e un invito all’Hotel Supramonte dove ho visto la neve / sul tuo corpo così dolce di fame così dolce di sete»