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Diplomacy – Una notte per salvare Parigi – Volker Schlöndorff

Sulle note della settima sinfonia beethoveniana, le ruvide immagini in bianco e nero dei bombardamenti del secondo conflitto mondiale graffiano di commozione i nostri occhi e la nostra mente. Si apre così Diplomacy – Una notte per salvare Parigi, tratto dall’omonima opera teatrale di Cyril Gely, e firmato dal premio Oscar Volker Schlöndorff, in concorso per la sezione Festa mobile – Torino incontra Berlino al 32° Torino Film Festival.

Le macerie, i colpi esplosi e la polvere affollano la memoria di Raoul Nordling (André Dussollier), console svedese d’origine, parigino d’adozione, che è elegante amalgama di scaltrezza e sarcasmo, coraggio e ironia, auto-incaricato mediatore con i nazisti nel disperato tentativo di salvare la capitale francese dalla loro inutile distruzione. Infatti, a separare gli oppressori dalla disfatta c’è il tempo di una sola notte, e il Generale Dietrich von Choltiz (Niels Arestrup), deve radere al suolo Parigi, rallentando così l’avanzata degli Alleati. Questo è l’ordine a cui si risponde “sissignore”: l’ipocrita copertura che nasconde l’obbligo di assecondare un megalomane capriccio del Führer che non tollera il confronto “estetico” dell’intatta città occupata con la sua Berlino già sconfitta.

Culla di complotti e progetti minatori – studiati a tavolino con l’ingegnere Jacques Lanvin (Jean-Marc Roulot), già soffocato dal rimorso, ma, comunque, assiduo collaboratore –, mappe di fuga e scartoffie burocratiche – perché, in fondo, anche in guerra, a decidere chi vive e chi muore è un foglio munito di timbro e firma –, è la suite del lussuoso Hotel Meurice: un luogo “protetto”, estraneo al mondo, dove le parole, le idee, e le decisioni di pochi si trasformano in astratti “carnefici”. È uno spazio che Schlöndorff ritrae con una cura del dettaglio al limite della maniacalità viscontiana, servendosi anche di una fotografia vellutata e densa che trasmette un intimo e pacato calore all’immagine. E proprio questo tepore visivo garantisce a tutti i personaggi – compreso l’esaltato tenente Hegger (Thomas Arnold) – una certa umanità che non ci permette mai di condannarli né di osannarli fino in fondo: se il prezzo per la disobbedienza a un ordine folle fosse la morte dei propri cari, come agiremmo? E se, per salvare migliaia di persone, si mentisse, rischiando di condannare una famiglia innocente, saremmo nel giusto?

Attraverso un originale linguaggio tragicomico la regia ripercorre un fatto storico di assoluta drammaticità, rendendo lo spettatore diretto e partecipe testimone di uno scontro diplomatico (a tratti di grottesca poeticità) tra due “scacchisti verbali” che, tra astuzia, strategia e circospezione, mettono a nudo la fragilità dell’anima (gli sguardi sbruffoni dei giovanissimi soldati tedeschi si trasformano in infantili occhi meravigliati, alla notizia di congedo anticipato), e la consapevolezza che, dinnanzi all’assuefatta incondizionata obbedienza a ordini insensati, l’essere umano è capace di svuotarsi di moralità e giustizia, attribuendo alla parola e all’orgoglio (di altri) un valore più prezioso della vita stessa.