Roma's forward from Italy Francesco Totti (C) vies with Lazio's midfielder from Argentina Lucas Biglia during the Italian TIM Cup 1st leg semifinal football match on March 1, 2017 at the Olympic stadium in Rome.  / AFP PHOTO / FILIPPO MONTEFORTE        (Photo credit should read FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

#6: Una giornata di ordinaria battaglia

Dentro la Capoccia: racconti sul primo anno di vita nella Capitale

«Lo sport, come l’arte, è una forma di rappresentazione del mondo. Se devo fare un parallelo, nel sistema degli sport di squadra, la parte della poesia la fa il basket. Uno sport nobile e matematico, fatto di angoli e di equilibri perfetti e fragilissimi, il cui scopo è vincere la gravità e avvicinare l’uomo al cielo. Mentre la pallacanestro è poesia in movimento il calcio è tutt’altro, non è una cosa nobile e bella come la poesia, è una cosa sporca e difficile come la vita: un gioco fatto di lunghe noie brevemente interrotte da catastrofi irreparabili; vette di abbacinante bellezza in abissi di trucchetti diabolici e vigliacchi. Nel calcio, come nella vita, gli arbitri stanno sempre dalla parte del più forte e raramente vince il migliore.»

Sarà capitato anche a voi di confrontarvi sull’argomento “Calcio” con un qualche esponente dell’altro sesso, una volta o l’altra. È un tasto che, vuoi o non vuoi, viene sempre a galla quando la conversazione si fa scomoda, o noiosa, o che ne so io. Ecco, nel dettaglio, trovo insopportabile la disinvoltura con la quale chi lo disprezza espone puntualmente una lista delle cose migliori del calcio da fare, tipo: ”Ma la domenica si dovrebbe portare i figli a teatro! Ci vorrebbe più cultura!” oppure “perché tutti quei deficienti vanno allo stadio quando in questo Paese abbiamo problemi molto importanti?”. O ancora: “piuttosto che andare allo stadio a vedere tutti che si comportano come animali me ne sto a casa a leggere un libro”.

Che poi, cioè, che bisogno c’è di fare così? È un po’ come se dicessi: “Buoni, i maccheroni!” e ti sentissi rispondere “macché maccheroni e maccheroni! I tortellini sono buoni! Gli gnocchi al tartufo! La millefoglie, altro che maccheroni!” Ma che, è modo di comportarsi? Cioè, ma se a me piacciono i maccheroni, che vuoi dalla vita mia? Perché te la devi prendere così di petto? Perché ti senti migliore di me?

Ecco, qua subentra un’altra cosa particolarmente avvilente, ovvero l’atteggiamento dell’altro interlocutore, il simpatizzante del Gioco. Quest’ultimo, sorpreso da cotanta aggressività, padronanza della lingua e prontezza di risposta, si ritrova a sorseggiare il suo cocktail spaesato, quasi lacrimante di vergogna. E biascica una roba tipo: “Ma sai, da piccolo ci giocavo otto ore al giorno, ho conosciuto un sacco di amici negli spogliatoi dei campetti della mia zona, ho visto più di trecento partite che mi hanno emozionato eh, per carità, però in effetti hai ragione… il Calcio non è poi sto gran che, molto meglio una rappresentazione di Casa di bambola in lingua originale o una Divina Commedia in Ostrogoto!”.

Cioè, ma che cosa hai da vergognarti?
Cosa manca al calcio per essere considerato qualcosa di più di un semplice spasserello per trogloditi perdigiorno?
Ma sopratutto: che c’entra tutta sta manfrina con questo blog?

C’entra.

C’entra perché, volenti o nolenti, uno dei giorni più attesi in Capitale dopo l’elezione del Papa, sapete qual è? Ebbene sì: è il Derby.

La domenica del derby tra le mura della città si respira un sapore tutto diverso. Certo, passeggiando si sente il rumore delle forchette sulle carbonare, delle nonne che chiamano quella peste screanzata, magari la voce dei cronisti sportivi di Radio Radio che esce da qualche finestra dimenticata aperta. Ma poco di più. Forse niente.
Roma, la domenica del derby, è Silenzio.
Anche il Colosseo è vuoto e immerso in quella splendida quiete che precede l’imminente battaglia.
Poi, solcando l’elettricità dell’aria, l’elicottero della TV che guarda tutto, dall’alto.
Mi immagino l’operatore che c’è su contemplare questo spettacolo superbo con un’ottica da 200mm e, avvicinandosi al Tevere, inizia a sentire un brusio.
E quel brusio, piano piano, cresce.
Diventa vociare, diventa coro, diventa grido.

L’operatore sa che Ponte Duca d’Aosta e Ponte Milvio, che si guardano con aria di sfida uno di fronte all’altro da secoli, ospitano le due fazioni di cugini, i due Eserciti. L’operatore vede una macchia giallorossa e una macchia biancazzurra che si fanno beffe del Tevere sotto ai loro piedi, proverbiale simbolo dell’eraclitea convinzione che “tutto passa”, come a dire che l’amore per una squadra no, non passa, l’amore per una squadra è adesso, e per sempre.
E sapete che altro?

Quella considerevole mole di gente (Roma) in quel momento si odia. Si odia veramente. Sanno di essere gli uni contro gli altri, il bene e il male, lo Yin e lo Yang, gli amici e i nemici, la merda e la cioccolata. Poco importa che siano operai, avvocati, portantini, studenti o pesciaroli. Sono lì e ci credono: si sentono fratelli coi loro simili e nemici dichiarati degli altri.

Poi vabbé, dopo il fischio finale, piano piano la situazione rientra: il Derby sarà solo un altro momento di ironico confronto, fantasioso sfottò, acerrima critica: se no non sarebbe Roma: ma è normale.

Eppure io lo so che qualcosa in comune, tutte quelle persone fuori dallo stadio, ce l’hanno. Sotto sotto loro, più degli avversari, odiano chi banalizza il calcio.

Perché chi banalizza il calcio, banalizza la Vita.

PS: La citazione iniziale è tratta da un articolo di Giacomo Lamborizio su questa stessa rivista: una delle tante penne appassionate e competenti di Paper Street, mica uno che passa le giornate a fare il tifo alle bocce che s’avvicinano al pallino.

Ecco il link


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