Paper Street ai Mondiali 2010

E tu onore di pianti, Ettore, avraiLo sport, come l'arte, è una forma di rappresentazione del mondo. Se devo fare un parallelo, nel sistema degli sport di squadra, la parte della poesia la fa il basket. Uno sport nobile e matematico, fatto di angoli e di equilibri perfetti e fragilissimi, il cui scopo è vincere la gravità e avvicinare l'uomo al cielo. Mentre la pallacanestro è poesia in movimento il calcio è tutt'altro, non è una cosa nobile e bella come la poesia, è una cosa sporca e difficile come la vita: un gioco fatto di lunghe noie brevemente interrotte da catastrofi irreparabili; vette di abbacinante bellezza in abissi di trucchetti diabolici e vigliacchi. Nel calcio, come nella vita, gli arbitri stanno sempre dalla parte del più forte e raramente vince il migliore.

Ancora vergine dai puri godimenti estetici del basket, capii questo fondamentale parallelismo calcio-vita nell'estate del 1994, l'estate dei Mondiali di calcio negli Usa, i primi della mia vita di tifoso. Bambino moderatamente anticonformista, nell'inverno precedente trovando troppo ovvio tifare Milan e Juve e troppo arduo l'interismo optai per votarmi al Parma, squadra dai colori sgargianti e guidata da una coppia-gol spettacolare: il folle colombiano Faustino Asprilla e il piccolo 10 Gianfranco Zola. Quell'estate a Boston, dopo la solita fase a gironi costellata di immonde fatiche con squadre trascurabili, gli azzurri si presentarono agli ottavi per sfidare la Nigeria, “capirai” pensarono tutti. Infatti, dopo un'ora l'Italia è sotto uno a zero quando fa finalmente il suo esordio mondiale la stella della mia nuova squadra del cuore, Zola, oggetto della mia personale piccola intuizione dell'essere. Ecco che dopo meno di dieci minuti il numero 21 perde palla in area, rincorre il difensore, con astuzia lo anticipa rubandogli il pallone e questo tronco d'ebano di un metro e novanta, sfiorato dalla schiena di un sardo alto quasi trenta centimetri in meno, crolla a terra. Fischio, arriva l'arbitro e con ottusa sicurezza estrae un cartellino. Rosso. Fine del mondiale di Zola, l'unico della sua carriera. Istantaneamente capii che quello sarebbe stato il mio eroe. Forte, nobile, perseguitato dal destino; della stessa pasta di Ettore e Aiace, come avrei scoperto qualche anno dopo.

Mancavano esattamente tredici minuti all'apparizione semidivina di Roberto Baggio che con cinque gol avrebbe portato l'Italia alla finale. Già, la finale. Ecco altri due che come Ettore avrebbero conosciuto il loro fato avverso: Franco Baresi e Roberto Baggio. Il primo, capitano, monumento del calcio mondiale, il più forte difensore di tutti i tempi, si presenta in campo venticinque giorni dopo un'operazione al ginocchio, non può mancare la partita della vita, di fronte al Brasile di Romario. Non la gioca, la domina: Baresi – Brasile dura due ore e finisce 0 a 0. In campo c'era anche il fantasma di Robi Baggio, infortunato, ma nessuno avrebbe avuto il coraggio di tenerlo fuori da quella partita a cui aveva trascinato da solo la nazionale. Gli dei insensibili a simili prodezze chiameranno nel cielo di Los Angeles, città che poco c'entra con questo sport e con la vita in generale, i palloni dei due rigori di Baresi e Baggio e consegneranno la Coppa al Brasile più scarso della storia. Zola, Baggio, Baresi mi hanno fatto capire che il mio cuore avrebbe eternamente battuto per chi lotta sempre e vince raramente; con chi è perpetuamente in rivolta contro la sorte o un ordine ingiusto; con chi si ritaglia uno squarcio di bellezza a discapito della durezza della vita.

Le acerbe intuizioni di quell'estate quattro anni dopo le vidi condensate nella traiettoria troppo perfetta disegnata al volo da Baggio, ancora lui, nei supplementari contro la Francia, guardando quella palla lenta che scavalcava il portiere e inopinatamente usciva. Alle soglie dei tredici anni Wiltord e Trezeguet mi convinsero, ben prima di Woody Allen, che vivevo in un vuoto universo senza Dio, pieno di dolore, malvagità e disperazione. Fine dell'infanzia. Ci sarebbe voluto un sinistro a giro di un ex terzino del Chieti, per restituirmi un po' di speranza. Ma questa è una storia che conoscete già. Non venite a dirmi che il calcio non è una cosa seria.


Giacomo Lamborizio