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Di ex fidanzate, eroi omerici e Francesco Totti

Finalmente è arrivato il momento. Dico finalmente non a caso perché se è vero che le nostre più grandi angosce nascono dall’attesa è da qualche anno che il numero dieci dell’A.S. Roma Francesco Totti ci teneva sulle spine rimandando il suo addio al calcio giocato.

E ogni volta che quel giorno slittava mi sentivo in balia di una (quasi-ex) fidanzata bellissima e crudele che ti dice che deve partire per sempre. E poi ti dice che rimane per un altro po’. Ma che comunque partirà lo stesso…è solo tutto rimandato per qualche tempo. Non riesco a trovare paragone più adatto per descrivere la situazione che ho vissuto negli ultimi tempi per quel che riguarda la questione Totti.

Il trono sta per rimanere vuoto.
Un trono che difficilmente verrà occupato negli anni a venire, non solo per motivi legati al talento inarrivabile e ai numeri impressionanti …ma anche per via di un mondo del calcio che è cambiato molto, un mondo dove è sempre più arduo scorgere bandiere come Zanetti, Del Piero, Maldini. Questo non lo dico da nostalgico ma sto scrivendo nell’anno in cui Oscar dos Santos Emboaba Júnior (un forte centrocampista brasiliano del 1991) ha deciso di lasciare il Chelsea per un forziere d’oro cinese (una scelta che di solito i giocatori fanno poco prima del ritiro, non certo nella fase di apice atletico). E Oscar è solo il caso più eclatante. La lista è lunga.

Ecco, tornando al paragone amoroso.
Un tifoso giallorosso aveva vissuto gli addii da Milano e Torino dei grandi giocatori appena citati proprio come una coppia di giovani e innamoratissimi fidanzati vive il finale amoroso di un’altra coppia di amici.
“A Marco e Giada è successo così ma a noi no, a noi questo non capiterà mai”.
E mentre lo dici sai che non è vero, che succederà anche a voi. Com’è successo a Marco e Giada l’estate prima.
La consapevolezza che l’abisso è lì.
A pochi metri.

”Se vuoi essere universale, parla del tuo villaggio”
(Lev Tolstoj)

La storia di Francesco Totti è una storia che ha due facce completamente diverse.

Una è quella individuale: un giocatore dal talento eccelso che ha frantumato un record dopo l’altro, che è diventato il simbolo di una squadra e di una città, che ha lasciato un segno indelebile nella storia del calcio italiano e del club in cui hai giocato. Un uomo che ha preferito diventare immortale a casa propria invece che lasciare le proprie origini per diventare uno dei tanti giocatori forti che orbitano nel campionato X o nel campionato Y.

L’altra faccia è quella legata alla vittoria: perché la scelta di non andare mai al di là dei colli di Roma per scrutare l’orizzonte in cerca di nuove opportunità è stata contemporaneamente la fortuna e la zavorra di un’atleta che ha incantato gli stadi di mezzo mondo a cavallo del secolo passato e di questo.

Siamo sinceri: anche tra tifosi, anche tra tottiani accaniti… 1 scudetto, 2 coppe Italia e 2 supercoppe italiane.
A questo si aggiungono un oro ai mondiali del 2006 e un argento agli europei del 2000. Troppo poco. Davvero troppo poco per quel che riguarda quello che, a detta di chiunque abbia un po’ di buon senso e capisca qualcosa di calcio, è stato uno dei giocatori più forti di tutti i tempi.
Totti si è quasi sempre ritrovato ad inseguire le milanesi prima e la Juventus nell’ultima parte della carriera.
Totti ha vinto poco e perso moltissimo.

E anche quando sembrava che finalmente fosse fatta, che la vittoria fosse lì, a portata di mano…come in un romanzo che finisce male, come in un film senza happy ending la vittoria sfumava all’ultimo e squadre con società più ricche e ambienti più sereni soffiavano il trofeo di turno.
Certo, un Francesco Totti al Real Madrid o al Manchester United sarebbe stato un giocatore con una bacheca trofei molto più ricca ma, semplicemente, a livello sportivo e mediatico non sarebbe quello che è stato ed è.

Totti, e i non appassionati di calcio mi perdonino per l’accostamento, è stato come Ettore: l’eroe omerico che durante la lotta contro il prode Achille inizialmente si dà alla fuga, poi prende coraggio e affronta il grande nemico in un duello di cui conosce già benissimo l’esito.
Così il capitano, che per anni ha difeso le mura della sua Īlium, sicuramente si è illuso di potercela fare, per qualche tempo, a vincere la guerra.
Finché il tempo, ineluttabile, gli ha confermato il suo timore più grande. Il timore che, di volta in volta, gli ha fatto perdere la testa e scrivere i capitoli più brutti della sua carriera.
Il timore che ha portato diverse ombre in un cammino pieno di luce.

E alla fine?
Alla fine le ombre e i timori evaporano e resta soltanto una consapevolezza inevitabile: a vincere è Achille.
Non sei tu, mio intramontabile capitano.