Teatro e Sport Paolo Triestino

Il dramma incompreso del tifo

Triestino porta in scena Manfridi

Il tifo è unemozione sottovalutata.

Pare strano a dirsi, in un paese come il nostro, dove la stampa sportiva è la più letta di tutte, dove per vent’anni l'uomo politico più influente e potente è stato il padrone di una squadra di calcio, fondatore di un partito nato da una rete di agenzie pubblicitarie e chiamato come l'urlo di uno stadio.
Tutti tifiamo. Certo, ci sono quelli che si disinteressano al calcio -– si può essere tifosi di altri sport, provare per credere –- ma alla fine, pensandoci bene, quante decisioni prendiamo in base ad adesioni emotive, non razionali, puramente slegate dal senso di un'analisi? Quanto la nostra vita è influenzata dal trasporto del momento, dalla reazione irriflessa, dalla paura, dall'emergenza? Alzi la mano chi non è mai entrato in una cabina elettorale furibondo.

Eppure, tra tutte le emozioni e i comportamenti umani, il tifo pare uno dei meno indagati dall'arte. Pochi film o spettacoli ne parlano, pochi artisti lo hanno sviscerato. Woody Allen da quarant'anni gira i suoi film in modo che non si sovrappongano con le partite dei suoi New York Knicks, ma questa storia non ce l'ha mai raccontata. Per non dire dell'Italia in cui il tifo è quasi solo un prontuario di macchiette e regionalismi per la comicità di grana grossa. Si perde il ricordo di un episodio de I Mostri di Dino Risi, si cita Febbre a 90° dell'inglese Nick Hornby: “«La vita è una merda perché lArsenal fa schifo o viceversa?”».

Dino Risi, I mostri (1963)

Al Teatro Belli il dittico di spettacoli scritti da Giuseppe Manfridi e diretti e interpretati da Paolo Triestino (da un’idea di Daniele Lo Monaco) presenta titoli che lasciano poco spazio all'immaginazione: Roma-Liverpool 1-1 e Real Madrid-Roma. Ma si tratta, informano le presentazioni, di due testi che non vogliono raccontare le partite –- sfide europee, la finale casalinga di Coppa dei Campioni del 1984 e gli ottavi di Champions League 2008, che a oggi rimangono i momenti più alti vissuti dai tifosi della Roma -– ma il tifoso. Non siamo quindi nell'ambito –- questo, sì, frequentato in maniera competente e raffinata da Sfide o da Federico Buffa o da innumerevoli interessanti pubblicazioni -– del racconto sportivo, delle Res Gestae di campioni straordinari. No. Al Teatro Belli è arrivata la storia di un uomo ordinario di fronte a una partita straordinaria.

I testi di Manfridi sono autobiografici e Triestino entra comodamente nei panni dell'autore, ne assume il nome e le esperienze. Il monologo non avrebbe senso senza un'apertura verso il pubblico, cioè verso la condivisione di un comune sentire. L'attore percorre infatti uno spazio arredato semplicemente, maneggiando pochi oggetti-totem: nel vintage dell’84 da un baule coperto di figurine escono una vhs e una birra, il tuttocittà, gli abbonamenti in Curva Sud, un comico e sproporzionato dischetto per evocare i rigori fatali; per le sfide con il Real nel nuovo millennio due cubi bianchi, il modellino dello stadio Bernabeu, una lavagna trasparente. In entrambi i casi le proiezioni hanno un ruolo centrale ma non invasivo: le azioni delle partite, le voci dei telecronisti sono evocati con pregevole economicità. La recitazione è insieme affabile e concitata, percorsa dall'emozione ma non chiusa alla comprensione del pubblico -– certo siamo nella città dove alla domanda “”come va?”” capita di sentir rispondere “”male…”” e dopo una studiata pausa drammatica “…”la Roma”” -– indulgendo poco nel pittoresco finto dialettale del romanesco televisivo.

Storia di tifo, storia di emozioni totalizzanti, di eventi esterni che influenzano la propria vita –- il giovane che sogna di coniugare il proprio amore assistendo al trionfo europeo, in casa, della squadra del cuore –- o il proprio atteggiamento verso il mondo –- il maturo intellettuale all'estero per lavoro che l'11 settembre 2001 di fronte alla televisione posticipa la ricerca di informazioni per rassicurarsi sulla messa in onda in serata dell'esordio europeo della Roma campione d'Italia contro il Real. Emerge con forza la comunità senziente intorno ai giocatori, su tutti, Agostino Di Bartolomei e la sua tragica parabola: fuoriclasse, capitano della Roma sconfitta dal Liverpool, suicidatosi nel decimo anniversario di quella partita. Roma è protagonista tanto quanto l'io narrante, tanto quanto le peripezie di una squadra eccezionalmente pervasa da ambizioni e sconfitte.

Alla fine dei due spettacoli si può dire che un piccolo squarcio su questa emozione sottovalutata è stato aperto. Il testo riesce nell'intento, anche se non mancano momenti in cui la ricerca dell'emozione parte per la tangente e porta il pubblico, anche l’ipotetico scettico di quell'invasiva forza del tifare, a comprendere simpaticamente il protagonista.

Simpatia: sentire insieme, essere fratelli nel pathos, nella sofferenza. Pathos che è il contrario di logos: alla fine, per capire uno stadio, ci tocca scomodare Platone.

Per saperne di più di Teatro e Sport:
• Discorso Celeste – Fanny & Alexander, di Sarah Curati
• Le Olimpiadi del 1936 – Federico Buffa, di Giacomo Lamborizio
• L’ipocrisia tra curva e tribuna: Giustinelli tenta il ritratto dell’Ultràs in ‘Fuckin’ Idiot’, di Adriano Sgobba
• Istanbul 2005-2015.Dieci anni dopo, cinque milanisti si ritrovano per rivivere
il loro più grande trauma calcistico
(L’Ultimo Uomo)

Ascolto consigliato

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