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FaustIn and Out – Fabrizio Arcuri | Accademia degli Artefatti

Portare in scena il Faust di Goethe è un’impresa. Forse una delle più ardite per il teatro. Di più complicato c’è soltanto l’idea di allestire una pièce del poema tedesco tutta al femminile, che è al tempo stesso anche compendio filosofico ed economico dei nostri tempi, composta da una scrittrice austriaca quasi completamente sconosciuta al grande pubblico italiano. Fabrizio Arcuri e Accademia degli Artefatti non si sono fatti scappare quest’occasione ed è nato così Faustln and Out, Sotto sopra dentro fuori il Faust di Goethe tratto appunto dal sekundärdrama del Premio Nobel per la letteratura 2004 Elfriede Jelinek (lo spettacolo rientra all’interno del progetto Festival Focus Jelinek a cura di Elena Di Gioia).

Come tutte le imprese che si rispettino, lo spettacolo ha una caratteristica precisa, il tempo: tre ore e mezza. La struttura della messa in scena si muove su questo tempo: dilatato, caricato di parole, costruito in tre movimenti.

Tutto ha inizio da uno zapping molesto sullo schermo di una televisione austriaca che si arresta sulle immagini del Faust di Friedrich Wilhelm Murnau. Questi fotogrammi rimarranno l’unica traccia esplicitamente visibile del Faust. Il resto sarà un dramma al femminile, vivisezionato attraverso il bisturi verbale di Jelinek. Il testo nasce da una macabra vicenda della cronaca nera austriaca: il caso Fritzl, un padre che per ventiquattro anni ha tenuto segregata la figlia; una storia di abusi, vessazioni, aborti e figli nati da questo violento rapporto incestuoso. Una vicenda incredibilmente crudele che rivive nei tre monologhi della prima parte dello spettacolo.

A recitarli sono tre donne, personaggi di un dramma che non prevede immedesimazioni immediate ma si affida all’evocazione di immagini e alla suggestione delle parole. La regia di Fabrizio Arcuri lavora sui protagonisti, plasmandoli in maniera straniata dalla realtà, trasformandoli in gigantesche mascotte.

C’è la madre (Sandra Soncini) rappresentazione della donna moderna, eternamente depressa e bisognosa d’attenzioni, che investe il pubblico con uno sproloquio inarrestabile. C’è il padre, diabolico Teddy Bear (Francesca Mazza), simbolo di un potere maschile possessivo e tirannico; infine c’è la figlia (Angela Malfitano), l’innocente sacrificata, travestita da Bianconiglio, voce di ogni donna oppressa, con un lontano richiamo alla Margarethe del Faust. Centrale in questa prima parte la parola, cui si affida la volontà di cercare di capire le contraddizione sociali della nostra società sul ruolo della donna.

Ma questa non è la sola linea drammaturgica dello spettacolo, che nella seconda parte si trasforma in un cabaret filosofico al limite tra il grottesco e la farsa. Torna il Faust di Murnau e compare anche Mefistofele (Matteo Angius). La messa in scena prende le sembianze di un talk show televisivo male allestito, dove si parla di politica ed economia mentre si cerca di spiegare il pensiero di Schopenhauer e Heidegger. Tutto questo groviglio di pensieri lascia interdetti, esaspera e fa sorridere esattamente come quando ci imbattiamo in uno dei tanti dibattiti politici in tv e ci rendiamo conto che si sta parlando del nulla.

A riportare l’orrore in scena ci pensa il finale, affidato a un monologo incessante in cui la figlia descrive ossessivamente, senza più giri di parole, la crudeltà della sua prigionia. Nessuna salvezza per lei, nessuna redenzione per il male: il dramma è totale, si conclude senza nessuna catarsi.

Come un lento e inesorabile ápeiron, tutto allora ritorna a quello zapping iniziale, quello straniante susseguirsi d’immagini a cui giornalmente siamo sottoposti: immagini a volte crude, a volte ridicole, fatte di storie orrende e disumane, una bulimia del dramma di cui non siamo mai sazi e, ancora peggio, neppure consapevoli, perché tutto ciò che divoriamo furiosamente – conoscenze, affetti, esperienze – lo dimentichiamo con la stessa immediatezza con cui cambiamo canale.

(Foto ©Claudia Pajewski)