Jackie e le altre Teatri di Vita

Jackie e le altre – Teatri di Vita

Ridursi a involucri – vuoti di umanità a perdere – è un crimine verso sé stessi o solo una legittima forma di autodifesa? Se è la morte a circondare la vita, allora non si rischia di diventare una specie di matrioska, una bambola cava, viva solo in apparenza?

Dopo aver passato un’ora e mezza in compagnia di Jackie e le altre, ci si ritrova assaliti da una sensazione di mancanza, di vuoto appunto, come se proprio la morte fosse stata seduta accanto a noi in platea. Lo spettacolo di Teatri di Vita – presentato a Short Theatre nell’ambito del Focus Jelinek a cura di Elena Di Gioia – sembra essere costruito proprio sulla mancanza che si genera dall’eccesso: eccesso di parole (tratto caratteristico della scrittura dell’autrice premio Nobel 2004), clonazione dell’unico – effettivo – personaggio, dilatazione del tempo narrativo.

Sulla scena solo quattro cubi luminosi, una distesa di bambole in completo nero e uno schermo a richiamare la Storia che si annoda alle storie della First Lady, simbolo pop dell’eleganza e del lutto. Fanno il loro ingresso quattro donne (Anna Amadori, Olga Durano, Eva Robin’s e Selvaggia Tegon), diverse per età e intensità dello sguardo, ma identiche nell’abbigliamento e nell’acconciatura, due tratti iconografici pregnanti della moglie del Presidente ucciso a Dallas nel 1963.

Inizia così una sorta di litania corale di un’esistenza votata al dolore sempre celato per difesa: emergono tutte le cicatrici coperte dai tailleur neri e dalle stole fucsia, tutte quelle ferite che non sanguinano, ma bruciano e che, come suggeriscono i video d’epoca che sovrastano la scena, pulsano della vita interrotta di John, del cognato Robert e dei figli segnati dalla «maledizione dei Kennedy». Un’incursione nel pubblico (per reclutare “altre Jackie”) e le coreografie rallentate si sovrappongono alle parole, replicando i gesti sempre misurati e disperati di chi si ritrovò ad avere il cranio del proprio marito sparso sui vestiti. E allora la morte sembra poter diventare una occasione: un freddo riscatto sulla rivale in amore – Marylin Monroe – una figlia della luce, comunque troppo debole per sopravvivere a una creatura abituata anche all’ombra, come Jackie.

La storia restituita dalle parole di Elfriede Jelinek e dalla carne delle quattro attrici in scena dirette da Andrea Adriatico, risulta spossante quanto suggestiva, come fosse un vecchio baule di legno massiccio, che non si riesce a spostare: proprio come fu la vita di questa icona pop, uno scrigno dorato ma vuoto, che fa bella mostra di sé in una gioielleria d’alto rango.

Chissà chi era davvero Jackie Kennedy, chissà quanti istinti si agitassero in quell’abbigliamento che divenne tendenza: ciò che rimane è sempre la percezione di mancanza e quegli occhi penetranti, condannati a non potersi sciogliere in pianto.