Le Amanti – Teatrino Giullare

Le Amanti – Teatrino Giullare

Le luci si alzano e un piccolo presepe si mostra. Piccole case, flebili luci, le montagne di carta e, al centro, una fabbrica in cui si cuciono reggiseni e talvolta corsetti. Inizia così Le amanti di Elfriede Jelinek – spettacolo che apre la stagione ars@labor del Teatro Studio Krypton di Scandicci -, come una fiaba: mimata in modo parodistico, sempre uguale a sé stessa.

In questo adattamento teatrale dell’omonimo romanzo del 1975 – messo in scena, per la prima volta in assoluto, dal Teatrino Giullare in occasione di Festival Focus Jelinek –, l’irruenza, la ferocia, gli scempi e le lordure della piccola provincia rurale (non solo stiriana) si abbattono su Brigitte e Paula, che però non sono donne in carne ed ossa ma due bambole a grandezza umana. Ecco allora che fin da subito vediamo Enrico Deotti e Giulia Dall’Ongaro svuotare e smascherare dall’interno un sistema sociale, economico e familiare fetido, le cui differenze di potere si inscrivono in quella di genere.

Sistemi e persone ridotti a scatole chiuse o addirittura contenenti teste parlanti (scene e oggetti Cikuska) che stanno alle spalle di Brigitte e Paula come avvoltoi chini sulle vittime sacrificali. Brigitte cuce nella fabbrica di reggiseni e vuole sposare Heinz per riuscire in una scalata sociale che la porterà poi a ricadere in una nuova prigione, dislocata solo un po’ più in là. Paula ha appena quindici anni e non vuole fare né la commessa né la casalinga come invece le ordinerebbe sua madre. Forse vorrebbe fare la sarta, ma si invaghisce del bel taglialegna Erich, e il suo giovane corpo, infine, pagherà il prezzo dell’amore. Così lo sperimentalismo di Elfriede Jelinek (che conserva sulla superficie un rigore formale dove nemmeno ai nomi di persona è concessa la maiuscola), i tempi moderni di una catena di montaggio che taglia le vite e le cuce a propria immagine e somiglianza, e la claustrofobia di una provincia che riproduce la sua nefandezza come una cellula tumorale trovano nell’allestimento scenico di Teatrino Giullare un’onda d’urto.

In questa fiaba squisitamente cattiva la retorica sull’Eros si rivela l’ennesima mistificazione dell’essere umano e avrà il volto umoristicamente noir (non solo simbolicamente) di Enrico Deotti. Anche l’amore dunque si trasforma in un bene di consumo che deve funzionare solo da canale riproduttivo del presente: presente di madri che vendicano la propria vita sulle figlie, fino a volerle veder morire il prima possibile “come sono morte un tempo anche loro, dunque: ci vuole un uomo”.
L’unico autentico piacere rimasto, dalle tinte quasi masochistiche, sembra essere quello tra l’impeccabile narratrice Giulia Dall’Ongaro e Brigitte e Paula: ma sarà autentico quanto l’ombra di una umanità che le sorregge, le sfiora, le accompagna, le scuote e poi scivolerà via.

È una fiaba amara in cui ironia, sarcasmo, paradosso sono affilati, dosati, argutamente calibrati e scoccano con la puntualità di un pendolo senza lancette in un “bel paese” avvolto in un reiterato presente. C’era una volta, c’è e ci sarà perché è così che deve essere.

Teatro Studio Krypton, Scandicci – 13 gennaio 2015