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Heart of a dog – Laurie Anderson

Chi conosce bene Laurie Anderson – colonna portante dell’avanguardia newyorkese dagli anni Settanta, cantautrice, performer, videoartist – sa che sperimentare è sempre stato per lei un verbo irrinunciabile.

L’artista non smentisce questa sua lodevole e coraggiosa inclinazione nemmeno col suo primo lungometraggio, Heart of a Dog, giunto a Venezia in concorso: una meditazione sulla vita e la morte a partire dalla scomparsa della sua cagnolina Lolabelle, di sua madre e – anche se non viene mai nominato, ma soltanto mostrato di soppiatto in fotografia verso la fine – di Lou Reed, marito della regista dal 2008 e compagno dai primi anni Novanta.

Il film, al cui timone sta proprio la voce over della Anderson, è uno stream of consciousness composto da disegni animati, filmati in super8, riprese di New York, creazioni astratte dietro le quali si agitano fotografie della stessa artista che ci raccontano sprazzi della sua infanzia, frasi sul linguaggio che si rifanno a Wittgenstein.

“Protagonista spirituale” di questo flusso è la sua cagnolina Lolabelle, della quale vediamo video in cui “impara” a suonare il piano, a dipingere, o semplicemente scorrazza sulla spiaggia o nel verde, e la cui scomparsa, avvenuta in seguito a un periodo di cecità, dà modo alla Anderson di affrontare temi quali l’inizio e la fine dell’esistenza, la civiltà, alcuni concetti del Buddismo, la pittura, l’idea di morte, paura, sicurezza e privacy negli Stati Uniti in relazione all’11 settembre.

Fatta eccezione per qualche inquietante squarcio di New York e di spettrali “soggettive” di telecamere onnipresenti in zone cruciali della città, l’aria che si capta in Heart of a Dog è lontana dalla freddezza e alienazione del suo lavoro più celebre, il disco Big Science del 1982, prodotto come nato da un sinistro computer o da qualche temibile sistema operativo. La voce “narrante” della Anderson, che percorre un liquido amniotico di immagini che quasi sembrano fluttuare, è infatti colma di delicatezza e sensibilità nel porgere gli inevitabili limiti e dolori – ma anche gioie – del percorso di ogni essere umano e animale. Non a caso, come ha sostenuto la stessa artista, questo è anche un film sull’amore.

Heart of a Dog rattrista e commuove, ma il suo tatto nel percorrere ostacoli attuali e gioie (ormai irrecuperabili) del passato quasi rilassa; sullo schermo si concretizza e cristallizza il naturale dramma della vita, ma allo stesso tempo ci sentiamo liberi dal suo peso per questo flusso di visioni che fa quasi galleggiare gli occhi. Ed è proprio su una serie di simili contrasti che si basa il fascino dell’opera.

Grazie


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