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In Jackson Heights – Frederick Wiseman

Vedere In Jackson Heights, nuovo documentario di Frederick Wiseman presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, è un’esperienza di vita. Non per la durata – il film dura più di tre ore – ma proprio per quello che accade sullo schermo: non succede nulla, succede tutto.

Il gigante del documentario, Leone d’’oro alla carriera nel 2014, esce dai musei (National Gallery) e dai luoghi circoscritti (Titicus Follies degli esordi, girato in un ospedale psichiatrico) e si occupa di un quartiere del Queens a New York dove abita mezzo mondo. Centoventisei lingue parlate, vastissime comunità di ispanici e asiatici, ma anche associazioni per la difesa dei diritti degli omosessuali, sinagoghe e scuole in cui si recita il Corano, c’’è tutto in questo pezzo di America. Wiseman mette insieme piccole storie intervallate da panoramiche e scorci di paesaggio urbano pittoresco che dimostrano quanto le vetrine dei negozi, quando non sono tutte uguali come ormai succede nei nostri Corso Vittorio Emanuele, possano parlare di chi ci vive.

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Almeno metà del film è in spagnolo, e la cosa che colpisce è che ascoltando le vicende di chi tenta di diventare cittadino americano o di resistere al monopolio delle grandi catene, è che non si capisce come abbia fatto il regista a rubare momenti tanto autentici. Nessuno sembra interessato a mettere in mostra la propria situazione, il punto di vista c’è, indaga e testimonia, ma non influenza lo scorrere delle azioni o il comportamento delle persone. Una madre racconta la fuga dal Messico della figlia, una donna di novantotto anni si dispiace della sua solitudine con altre anziane, un transessuale denuncia le discriminazioni a cui è sottoposto.

Vite che vengono condivise: lo snodo centrale di In Jackson Heights è infatti la comunità, è mostrare un modello di società varia in cui si fa di tutto per convivere liberi. Perché a volte per migliorarsi, per tornare ad avere fiducia del vicino è anche utile pensare alle realtà che funzionano, che hanno senz’’altro i propri difetti, ma in cui ci sono persone che si impegnano per avere un ambiente il più pacifico, funzionale e giusto. Sono coloro che si sentono parte di un sistema, sono i cittadini.

I racconti e i volti sono tanti, alcuni si assomigliano e si finisce per delineare un sincero affresco della classe media. Microstorie di un salone di bellezza per animali, di scuole per tassisti, di negozi di articoli religiosi regno del kitsch. Macrostorie di immigrazione, di come ci si vuole sentire cittadini senza rinunciare a una nazionalità affettiva e linguistica. Wiseman vi entra in punta dei piedi lasciando che il filo rosso si tessa in modo autonomo. Siamo come invisibili tra le strade di Jackson Heights, ma ci siamo; e c’’è solo un momento in cui sembra di essere felicemente ingombranti, in cui pensi “Wiseman, ti hanno scoperto!” ed è quando la macchina da presa entra in una palestra in cui si svolge una lezione di danza del ventre. Le ragazze stese a terra si alzano, cominciano a muovere il bacino in modo inesperto, impacciato e un po’ timido, ma continuano a ballare, pur sapendo di essere viste.